Documenta 14 by Elena Forin

Documenta 14 si è appena chiusa, sono andata a luglio come inviata di Campiture. Dopo qualche settimana di riflessione sono pronta per poterne parlare e per raccontare che esperienza è stata per me.

Atene e Kassel

Parto dall’inizio e dico che non sono stata ad Atene ma solo a Kassel: e qui nasce la prima criticità. Creare un percorso in due città così distanti e così diverse senz’altro è una bella sfida: il tema della rassegna, per come l’ho percepita nelle sue sedi storiche, ha a che fare, tra le altre cose, con la flessione dei mercati e con i movimenti che ne derivano. Col fatto di sentirsi a casa, con la migrazione, con l’utilizzo delle risorse, con un concetto di crisi che riguarda una forma di praticabilità economica ed ecologica nei confronti degli uomini e dell’ambiente. Allora mi dico: senz’altro Atene è un luogo in cui tutti questi temi si incrociano, è la storia, è il presente fatto di tensione sociale per la difficoltà dei mercati e della politica, è un luogo di passaggio migratorio, è il simbolo della convivenza tra etnie e gruppi. Ma se il focus è così fortemente economico e sociale, perché distribuire Documenta in due sedi se poi la maggior parte della gente – del settore e non – non può permettersi di fare due viaggi?

Viaggio e nomadismo

Al netto di questa riflessione, spostarsi verso Kassel è un’esperienza di per sé, i collegamenti non sono semplici. Nulla di nuovo, da sempre è così: eppure quest’anno il tema del viaggio e del nomadismo sono talmente presenti nei progetti presentati che il ricordo dei due voli, tre treni e due navette presi per arrivare da Parma è svanito subito. Ho infatti iniziato il mio tour dal sotterraneo della Haupt Banhof con la grande e diversificata installazione di Nikhil Chopra: Atene e Kassel sono connesse attraverso lavori che rappresentano varie idee di migrazione. Senz’altro molto interessante è la parete di video che in una sorta di grande collage mostra impulsi visivi diversissimi tra loro, eppure sempre coerenti se pensati nella logica del tragitto. Bellissima la sede, riuscito anche l’allestimento.

La ricerca

Sono uscita dalla Neu Neu Galerie molto contenta: la direzione è quella dell’analisi e della denuncia politica, economica e sociale. Il valore più intenso che ho respirato è quello della ricerca. Pochissimi i nomi che conoscevo (in realtà solo Maria Hassabi, straordinaria), molti quelli che mi hanno fatto fermare (bellissima la scoperta di Ruth Wolf-Rehfeldt e della sua mail art, senza limiti e restrizioni), molti anche quelli di cui voglio sapere di più, come Roger Bernat.

Stesso clima alla Gottschalk-Halle: tanti nomi da scoprire, approfondire, performance da non perdere, allestimenti ricchi e intensi quanto le opere e gli artisti che, nella loro diversità, hanno creato in queste due sedi una bella mappa.

Interessante anche l’operazione al Fridericianum che ospita la collezione, mai esposta in Germania, dell’EMST, il Museo Nazionale Greco di Arte Contemporanea: anche qui nomi che si ritrovano, come Takis o Stefanos Tsivopoulos, e indagini che si scoprono (tra gli altri, le ombre di Athanasios Argianas, il video di George Drivas, l’installazione di Vangelis Vlahos). Naturalmente c’è anche la sensazione che il mordente di qualcuno si sia esaurito, come nel caso di Kendell Geers, o, per quanto mi riguarda, un certo nervosismo per il lavoro di Emily Jacir: parlare di profughi, di villaggi e ricamare parole ascoltando musica araba in uno studio di New York pensando che questo significhi interagire con la comunità palestinese negli USA, mi è parsa un’operazione autoreferenziale e poco significativa.

Archivio

Gli archivi mi piacciono. A volte sono strumenti utili, altre volte carenti, altre ancora pieni di fatti spesso ritenuti marginali ma che rivelano la vera temperatura delle cose.

In questa edizione di Documenta credo che ci sia stato un abuso di questo strumento. Mi è piaciuto quello di Stefanos Tsivopoulos perché sottolinea la relazione tra la persona che maneggia e rende visibili al pubblico i materiali e il pubblico stesso, anche se spesso è stato presentato con la pretesa di parlare di una storia che si presuppone interessante ma che rischia di rimanere muta. Con le colleghe di LaRete Art Projects con cui ero a Kassel, ci siamo a lungo interrogate se mostrare materiali senza poter creare le condizioni di accesso significa davvero presentare un’opera. Così come su cosa distingue un lavoro visivo contemporaneo da un insieme di reperti di vario genere, e nello specifico penso a Igo Diarra and La Medina alla Documenta Halle con un allestimento di materiali legati a Ali Farqa Tourè e alla sua band. Perché semplicemente esporre qualcosa senza mediazione? Perché devo andare fino a Kassel per vedere qualcosa che posso trovare, senza alcuna differenza, raccolto in un libro?

Politica e geografia

Con LaRete abbiamo anche condiviso il fatto di esserci spesso sentite indirizzare verso certe opinioni. Non esiste solo la modalità della denuncia per parlare del presente: la sensazione è quella di una certa politicizzazione e la cosa risulta un po’ difficile da comprendere perché è un po’ troppo di parte. Un po’ come è sbilanciato il sistema che molti di questi artisti criticano. In altri casi l’allestimento mi è sembrato carente: non che le opere fossero installate male, ma più volte, e specialmente alla Neu Galerie, ho pensato che certi lavori, per lo più provenienti da Africa e Asia, fossero collocati in maniera poco organica rispetto al contesto generale. Il risultato è che ho percepito un’interferenza negativa: la sensazione è quella di un fastidioso colonialismo (che è un termine chiaramente obsoleto).

Conclusioni

Documenta fa riflettere: sono mesi che penso e ripenso a opere e contenuti, al dispositivo della mostra, alla ricerca degli artisti, alle formule per esporli, ai rischi di certe scelte, al fatto che il visivo è un valore da non dimenticare e che, forse, avrei voluto avere anche momenti meno cervellotici.

Kassel mi ha dato quest’anno un’incredibile quantità di spunti di pensiero sul sistema espositivo e sui suoi meccanismi, nonostante le molteplici criticità rilevate, sono contenta di esserci andata. Peccato solo che essere un curatore indipendente spesso comporti rinunce, come nel caso della sede di Atene.

A proposito, non ho parlato del grande Partenone di libri censurati nel giardino di fronte al Fridericianum. Iper fotografato. Ma dobbiamo davvero parlarne?

ENGLISH VERSION

 

Documenta 14 has just ended. I visited it in July as a correspondent for Campiture, and after a few weeks of reflection I’m ready to talk about what I experienced and my thoughts on it

Athens and Kassel

To start from the beginning, I have to say that I did not go to Athens, only Kassel, and this is the first critical point. Organising an event in two cities that are so far apart and so different is undoubtedly a challenge, and the theme of the exhibition, as I perceived it in its historical locations, is bound up, among other things, with the downturn in the economy and the resulting movements. As well as the notion of belonging, migration, usage of resources and the crisis experienced by man and the environment, framed in terms of economic and ecological feasibility.

Naturally Athens is a place where all these themes converge: it is a place of history, and present social tensions sparked by economic and political factors; it is a place of migration, and the mingling of peoples and ethnic groups. But in the light of this strong economic and social focus, why distribute Documenta between two locations when most of the visitors – whether professionals or not – can’t afford to make two trips?

Travel and nomadism

Apart from this consideration, getting to Kassel is an experience in itself: there is no easy way to make the journey. That’s nothing new of course, it has always been the case, yet this year the theme of travel and nomadism featured in so many of the projects on display that the memory of the two flights, three trains and two shuttle buses I had taken to get there from Parma vanished right away. I started my tour in the basement of the Haupt Banhof with the large, diversified installation by Nikhil Chopra: Athens and Kassel are connected through works that represent various ideas of migration. One very interesting element was the video wall, which like a sort of large collage showed a host of very different visual impulses, all nonetheless consistent with the theme of travel. The venue was stunning, and the exhibition was also a great success.

Research

I left the Neu Neu Galerie very happy to see this focus on analysing and exposing political, economic and social issues. The most intense focus I experienced was that on research. There were few artists I already knew (actually just Maria Hassabi, extraordinary), many who stopped me in my tracks (the astounding Ruth Wolf-Rehfeldt and her mail art, with no limits or restrictions), and many more I want to get to know better, like Roger Bernat.

There was the same atmosphere in the Gottschalk-Halle: many names to discover, find out more about, performances that were not to be missed, and exhibitions that were as rich and intense as the works and artists who made up an impressive map in these two locations.

The show in the Fridericianum was also of great interest, hosting the collection of the Greek National Museum of Contemporary Art, never before exhibited in Germany. This also featured big names, like Takis and Stefanos Tsivopoulos, and new directions (including the shadows by Athanasios Argianas, the video by George Drivas, and the installation by Vangelis Vlahos). Naturally there was also the feeling that some of the artists had lost their edge, such as Kendell Geers, while Emily Jacir‘s work succeeded only in irritating me: talking about refugees and villages by embroidering words while listening to Arab music in a New York studio and thinking that this means interacting with the Palestinian community in the US, just felt self-referential and meaningless.

Archives

I like archives. Sometimes they are useful tools, sometimes they might be lacking in some area, and sometimes they are packed with seemingly marginal elements that actually reveal the true measure of things. Yet I feel there was an abuse of this tool at Documenta 14. I liked Stefanos Tsivopoulos’ archive because it highlighted the relationship between the person who handles and displays the material, and the public, though it was presented with the idea of talking about a story that looked interesting, but risked going unheard. My colleagues from LaRete Art Projects and I discussed at length whether displaying materials without creating the conditions to access them actually means presenting a work. And what distinguishes contemporary visual art from a collection of objects of various kinds, specifically thinking of Igo Diarra and La Medina at Documenta Halle with a presentation of materials connected to Ali Farqa Tourè and his band. Why simply display something without mediation? Why should I have to go to Kassel to see something I can find, in the exact same form, in a book?

Politics and geography

My colleagues from LaRete and I also felt that we were often being pushed towards certain opinions. Talking about the present doesn’t always have to mean critique and exposé: there was the sensation that things were being politicized, something which is hard to accept when it is too one-sided; unbalanced, just like the system that many of these artists criticize.

In other cases the shows lacked something in terms of design: not that the works were displayed badly, but at times, and especially in the Neu Galerie, I thought certain works, mainly from Africa and Asia, did not come across as an organic part of the whole. I perceived this as a negative interference: the sensation was that of an irritating form of colonialism (obviously an outdated term).

Conclusions

Documenta was undoubtedly a thought-provoking experience: for months I have been pondering the works and their contents, the exhibition’s rationale, the research by the artists and the strategies for presenting their works, the risks involved in certain choices, the fact that visual art has a value that should not be overlooked, and the fact that at times I would have preferred something less cerebral.

Kassel this year gave me an incredible amount of food for thought on the exhibition system and its mechanisms, and despite the many critical points I observed, I am happy I went. It was just a pity that being an independent curator often involves making sacrifices, such missing out on a trip to Athens.

Speaking of which, I haven’t mentioned the huge Parthenon of censored books in the garden in front of the Fridericianum, extensively photographed. Do we really need to talk about it?

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