Massimo Uberti approda a Sapri

Il lavoro di un artista implica visione, sogno, scavo, approfondimento, ma anche una seria conoscenza della realtà, perché mettere in pratica le proprie strutture mentali implica uno sforzo pazzesco: per trovare dei complici, per coprire i costi, per seguire i lavori in veri e propri cantieri, per sostenere quel processo di promozione che spesso è sfiancante. Poi ci sono quegli artisti bravi, quelli che sono invitati in contesti elitari e volano tra Miami, Mosca, Amsterdam, New York per tornare spesso con progetti visionari anche nella nostra piccola Italia.

E proprio in Italia abbiamo alcuni esempi di tenaci professionisti che alimentano e acquisiscono il loro prestigio a livello internazionale, portando successivamente la loro esperienza e il loro lavoro anche qui, perché non smettono di credere in questo stato, culla di bellezza e sede di capolavori dal valore inestimabile.

Massimo Uberti è uno di questi.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

Scelse l’Accademia di Brera dopo la scuola superiore e si iscrisse all’ultimo minuto, incastrando una serie di eventi, di segnali che gli imprimessero il ritmo e gli indicassero la strada da seguire in modo piuttosto chiaro. Quando, per esempio, presso la segreteria dell’Accademia si trovò a pagare l’iscrizione ed era restato senza denaro perché aveva sbagliato treno e pagato, di conseguenza, una multa: non sapeva bene come recuperare le 10000 lire necessarie a pagare il bollettino, stava desistendo, ma casualmente le trovò proprio fuori dalla posta, col suo bollettino in mano, incredulo. Per terra. Per caso. Oppure no?

Il primo lavoro di Uberti con il neon risale al 1999, essendo partito dal dipinto e avendo attraversato tante modalità espressive, consolidate da uno sguardo progettuale: le idee e la creatività artistiche, l’occhio architettonico e tanta voglia di sperimentare.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

Questo atteggiamento ha reso Massimo Uberti aperto a moltissime esperienze, dalla Milano dello spazio di Via Lazzaro Palazzi, all’installazione per Bentley a Miami, alla Fondazione Stelline, al Festival delle Luci di Amsterdam con l’opera permanente Today I Love You e le migliaia (ma forse si può dire milioni?) di condivisioni sui social network. Tutto il suo background è stato un ottimo alert per i curatori più attenti.

Il curatore a cui è stata affidata la direzione artistica di Derive, festival che si è svolto a Sapri a fine luglio grazie alla felice unione di musica, poesia e arte, è Antonio Oriente, che aveva incontrato Massimo Uberti a Dubai dopo avergli messo gli occhi addosso da un po’. Il rapporto tra i due è sfociato in un invito a partecipare a questa edizione nel quartiere Santa Croce di Sapri.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

L’intervento di Uberti, Essere Spazio è il titolo, è stato pensato come opera permanente all’interno di una Villa Romana del Primo secolo a.C., forse risalente a Massenzio. I locali adibiti alle terme, come spesso troviamo nelle residenze di epoca romana in prossimità del mare, sono l’unica parte all’aperto e sono stati scelti per accogliere il lavoro di Uberti. Uberti stesso si è assunto una grande responsabilità perché non è semplice intervenire in un sito archeologico: da un lato c’è la storia di migliaia di anni e la sua assoluta certezza, dall’altro ci deve essere qualcosa che non nasconda, che non sia presuntuoso, che non sia troppo invasivo, che non citi, che sia originale. Un lavoro faticoso, che implica anche delle cautele con i materiali, con i movimenti, oltretutto. E un pizzico di incoscienza, di quella ludica e quasi infantile che spesso popola le menti creative.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

La luce è generalmente vista come un accessorio, come quel dettaglio che in un quadro generale offre la possibilità di apporre delle migliorie, di modulare lo spazio in funzione di altro, mette in risalto qualcosa, espone, ha un ruolo funzionale. La luce nella ricerca di Massimo Uberti cambia il suo ruolo e ne diventa perno, lascia un piano secondario e utilitaristico e si plasma a tutti gli effetti diventando opera, arte, installazione. Essere Spazio è come una linea sottile che delinea un volume che, appena accennato e sottinteso, nasce dall’archeologia, dalla nostra storia, dalle fondamenta di una preziosa villa romana in riva al mare e propone una proiezione sul futuro. Questa installazione diventa quindi un percorso che unisce l’antico e il contemporaneo con un linguaggio apparentemente immediato e diretto: possiamo trovare, in realtà, dei livelli diversi, attraversarli e assaporarli. Soprattutto possiamo immaginare noi, con i nostri occhi, con le nostre storie il modo in cui riempire questi volumi, come rendere vivo quel luogo, cosa vederci dentro.

Derive è stata l’occasione per inaugurare Essere Spazio, ma in realtà l’opera è permanente e visitabile sempre, vale una gita a Sapri.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Fabiano Caputo

 

ENGLISH VERSION

 

The making of art calls for a vision, a dream, explorations, digging deep, but also a good dose of practicality, because turning thought processes into reality involves a great deal of work: finding like-minded associates, covering the costs, following the work in process on site, and then promoting it all, often a tiring business. Then there are the big names, those invited to the elite venues, who fly from Miami to Moscow, Amsterdam and New York, and often bring ground-breaking projects back home to Italy too.

Indeed Italy boasts several examples of hard-working professionals who have built a prestigious reputation internationally and then brought their experience and art back here, continuing to believe in this country, home to so much beauty and so many priceless masterpieces.

Massimo Uberti is one of them.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

After high school he chose Milan’s prestigious art school, the Accademia di Brera, enrolling at the last minute thanks to a series of fortuitous events, signals that set the pace and showed him his path. Like the time in the Accademia offices when he was due to pay his matriculation fee but had run out of money, after getting on the wrong train and having to pay a fine. He had no idea how to get hold of the 10,000 lire fee he needed to pay in at the post office. He was on the verge of giving up when by chance he found that exact sum on the ground, right outside the post office. There, on the ground. By complete chance. Or does chance not come into it?

Uberti‘s first work with neon dates to 1999, after starting out in painting and working with a host of different media, consolidated by a design-based approach: his ideas and artistic creativity, an architectural perspective and a passion for experimenting.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

This attitude has broadened his horizons, taking him from the Via Lazzaro Palazzi venue in Milan to the installation for Bentley in Miami, to the Fondazione Stelline, to the Amsterdam Light Festival, with the permanent work Today I Love You and thousands (maybe even millions) of shares on social media. His whole background is a heads-up for the observant curator.

The curator of Derive, the festival held in the town of Sapri, Italy, at the end of July – a successful cocktail of music, poetry and art – is Antonio Oriente, who finally met Massimo Uberti in Dubai after following his work for some time. This meeting led to an invitation to take part in the event in the Santa Croce neighbourhood of Sapri.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

Uberti‘s work, entitled Essere Spazio (Being Space) is a permanent piece on show in a Roman villa dating back to the first century BC, possibly connected to the Emperor Maxentius. As is often the case in Roman residences near the coast, the baths are the only open-air part of the site, and this is the location chosen for Uberti‘s work. It was a great responsibility for the artist, as it is by no means simple to work on an archaeological site: on one hand there is the certainty of thousands of years of history, and on the other the need to create something which does not hide any of it, is not pretentious, or too intrusive, or referential, but is nonetheless original. A challenging task, which also calls for great care with materials and modus operandi, above all. Not to mention a touch of folly: that playful, almost child-like spirit that often inhabits creative minds.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Roberto Conte

Light is usually viewed as an accessory, that detail in the overall picture that can enhance things, shape space, throw something into relief, accentuate something: it is a functional component, in other words. In Massimo Uberti‘s work light plays a different role, becoming pivotal: no longer a secondary, utilitarian element, it acquires the status of art, of installation in its own right. Essere Spazio is like a fine line subtly hinting at a shape that emerges from the archaeology, our history, the foundations of a precious Roman villa on the coast, to create a projection of the future. The installation is like a path uniting the ancient and the contemporary with an immediate, direct approach, yet it works on different levels that we can explore and enjoy. And above all, through our own eyes, and our own stories, we can imagine a way to fill this space, to bring it back to life and decide what we want to see there.

The Derive festival saw the inauguration of Essere Spazio, but it is a permanent work that can be visited at any time, and is well worth a trip to Sapri.

Massimo Uberti, Essere Spazio, 2017, Sapri
Photo by Fabiano Caputo

 

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