Teresa Margolles alla Tenuta Dello Scompiglio: la poesia dell’orrore

Ci sono diversi fattori che portano una persona ad andare alla Tenuta Dello Scompiglio.

Il luogo è incantevole già dal punto di vista paesaggistico e, per raggiungerlo, si attraversa una distesa di verde tra le colline lucchesi che può impressionare anche i più affezionati al cemento.

L’intervento architettonico pensato per il progetto, realizzato a partire dal 2003 dallo studio Caterugli e Formica con il supporto ingegneristico dello studio Techné, ha avuto sin da subito il chiaro intento di creare un’integrazione tra l’ambiente e un complesso che potesse rappresentare sia una splendida riqualificazione a basso impatto ambientale, sia la sede di questo habitat speciale in cui l’arte incontra il cibo, il bosco respira e offre i suoi profumi e alcune splendide pietre antiche possono ritrovare il lustro di un tempo.

Teresa Margolles, Frazada (La Sombra), 2016, La Paz, Bolivia. Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Un intenso programma trasversale con teatro, performance e musica è parte dell’offerta culturale della Tenuta Dello Scompiglio, ma la parte più sensazionale sono le arti visive: la direzione artistica di Cecilia Bertoni approfitta del fondamentale apporto di Angel Moya Garcia come co-direttore.

Questo spazio sta diventando uno dei più interessanti sul suolo nazionale perché, oltre a promuovere artisti promettenti ed emergenti (Gian Maria Tosatti nel 2013), ha dato visibilità a media in crescita (Roberto Pugliese, anche lui giovanissimo, e l’elaborazione del suono nel 2014, oppure il progetto I can reach you (From one to many) che ha coinvolto artisti come Bianco-Valente, Valerio Rocco Orlando o Claudia Losi) e ha dato la possibilità ai lucchesi di entrare in relazione con artisti sorprendenti (Chiraru Shiota come Regina José Galindo).

Siamo nella terza di queste opzioni con Teresa Margolles e la sua personale Sobra le Sangre, che con la curatela di Angel Moya Garcia e Francesca Guerisoli ha aperto le porte il 25 marzo 2017.

Teresa Margolles, Il Testimone, 2017, Oisiris “La Gata”, (Luis Humberto Garcia Robledo, 1984-2016) Fotografia originale di Teresa Margolles
(Luglio 2015
Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico) Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Lo SPESpazio Performatico ed Espositivo della Tenuta è congeniale a questo percorso, perché per addentrarsi nelle sale si deve scendere, ed è come se si entrasse nelle viscere della terra e del percorso che l’artista messicana, ma ormai di adozione madrilena, tesse meticolosamente da anni attraverso una riflessione sociale, politica e molto umana.

La prima opera, decisiva, in realtà precede l’ingresso della mostra e si intitola Frazada (La Sombra), del 2016, ovvero una coperta montata su una leggera struttura metallica, a formare una specie di riparo dal sole che presenta un’importante controindicazione: sostando sotto di essa, è forte l’odore del sangue di una donna vittima di femminicidio di cui è impressa, arrivando direttamente dall’obitorio di La Paz, Messico.

Teresa Margolles, Il Testimone, 2017, Karla “La Borrada” (Hilario Reyes Gallegos, 1948-2015) Fotografia originale Teresa Margolles Luglio 2015 (Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico) Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Questi i toni, questo il linguaggio di Teresa Margolles, senza girare attorno alle cose ma raccontandole per quello che sono con quel tocco di armonia, di delicatezza che solo la poesia dello sguardo dell’arte riesce a restituire.

Scendendo nelle viscere dello Scompiglio appare l’opera che da il titolo alla mostra, ovvero Wila Patjharu/Sobre la Sangre. L’allestimento ha concepito uno spazio ad hoc che fosse completamente nero, salvo la tela, stesa come un cadavere, illuminata per essere esaminata da tutti, per essere vista in tutti i dettagli e in tutte le angolazioni: questo lenzuolo si presenta, alla prima occhiata, come un meraviglioso ricamo continuo, che scopriamo essere stato realizzato da ricamatrici boliviane che generalmente realizzano questo lavoro per le preziose vesti folcloristiche tipiche della tradizione.

Poi cade l’occhio su delle macchie, a volte sporadiche, altre più grandi, numerose, concentrate. Da lì si apre questa mappatura in cui le macchie di sangue sono le tracce delle ferite lasciate da alcune donne decedute per percosse e avvolte in questo tessuto, mandato poi a ricamare successivamente. Teresa Margolles ha collaborato con un medico legale di La Paz che ha usato questo lenzuolo per avvolgere alcuni corpi martoriati di donne.

Teresa Margolles, Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017, La Paz, Bolivia. Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Spesso il folclore si presta a una finzione collettiva, la bellezza a volte copre i segni di un disastro di massa lento e costante, nascosto dalle ipocrisie in cui una donna può essere la danzatrice sensuale, ma anche l’oggetto usato da tutti e gettato morto da parte, come se non contasse, come se fosse inutile. Chiacchierando con Francesca Guerisoli, è davvero scioccante scoprire le statistiche numeriche di donne scomparse, di donne, forse anche ragazzine, trovate morte dopo essere state abusate e che restano sconosciute, di tutte queste ragazze dimenticate da tutti e che spesso sono lontane dalle famiglie solo per poter lavorare e spedire a casa del denaro.

La tela si presenta come una geografia della sofferenza, un itinerario di violenza atroce sotto la bellezza delle paillettes, una chiara allusione al costo della ricchezza che nasconde, spesso, il sangue di qualcun altro, un atto di denuncia della violenza contro le donne senza retorica, senza enfasi, ma nel racconto crudele dei fatti.

La terza opera presente in mostra vede protagonisti due ritratti fotografici ai quali si arriva seguendo il percorso espositivo: sempre nel buio profondo, un doppio corridoio, con installate delle casse audio in italiano e spagnolo, conduce a due fotografie di Karla e La Gata, due prostitute transessuali messicane scomparse per morte violenta. Le parole che si ascoltano dalle casse raccontano la loro storia: abbiamo tre gradi di vicinanza in cui un racconto è diretto, delle ragazze, ed è quello vicino alla fotografia; un racconto è di una persona cara, ed è quello leggermente più lontano; un racconto, il terzo, il più lontano dalla fotografia, è quello della persona che ha trovato il cadavere.

Teresa Margolles, Il Testimone, 2017, Oisiris “La Gata”, (Luis Humberto Garcia Robledo, 1984-2016) Fotografia originale di Teresa Margolles
(Luglio 2015
Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico) Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

La vicinanza fisica ci porta a una prossimità maggiore anche del racconto, con un coinvolgimento lento, crudo, colmo di dettagli su chi sono queste donne, cosa fanno per vivere, dove lo fanno, a che cosa vanno incontro ogni giorno. L’opera, realizzata specificamente per questa mostra, si chiama Il Testimone e ci rende tutti presenti, ci rende appunto testimoni diretti di quello che accade in quel momento: se volgi lo sguardo altrove stai facendo una scelta, se non ascolti è perché non vuoi ascoltare, se fai finta di niente c’è un’intenzionalità perché lì sei presente, stai assistendo al racconto di storie vere, sei testimone.

Tutto il percorso, che ha modificato lo spazio espositivo della Tenuta dello Scompiglio, ha la caratteristica di mettere in luce tutti i dettagli più crudi che, incredibilmente, sembrano essere anche i più affascinanti. La luce è totalmente assente, se non per illuminare la tela ricamata o i ritratti fotografici, con un display estremamente funzionale. Anche le casse audio in prossimità dei ritratti sono delle presenze discrete che consentono un ascolto intimo, ma senza escludere il resto come farebbero le cuffie.

C’è sempre la possibilità di andarsene, di non curarsi di loro, di spostare gli occhi, di non sentire.

Questo lavoro è meraviglioso e crudele allo stesso tempo e solo gli occhi appassionati di una donna combattiva, forte e innamorata della vita come Teresa Margolles possono restituire tutte quelle atrocità in modo poetico, forte, intenso e riflessivo a un pubblico comodo e ignaro di cosa alcuni suoi simili debbano ancora affrontare come quello dell’arte.

Teresa Margolles, Il Testimone, 2017, Karla “La Borrada” (Hilario Reyes Gallegos, 1948-2015) Fotografia originale
Teresa Margolles
Luglio 2015 (Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico) Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

 

ENGLISH TEXT

There are many reasons to visit Tenuta Dello Scompiglio.

The beauty of the place, for one. To get there you drive through an expanse of rolling green hills that will impress even the most dyed-in-the-wool city dweller.

The architectural project, initiated in 2003 by the firm Caterugli e Formica, with the engineering support of Studio Techné, revolves around the key concept of integrating the buildings into the surrounding environment. The result is a striking, low-impact regeneration, creating a venue where art meets food, the woodlands come alive and beautiful old stonework is restored to its former glory.

Teresa Margolles
Frazada (La Sombra), 2016, La Paz, Bolivia.
Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Tenuta Dello Scompiglio offers an intensive, multidisciplinary programme of theatre, performance art and music, with the most sensational element being the visual arts, with the artistic direction of Cecilia Bertoni supported by the fundamental contribution of Angel Moya Garcia as co-director.

Fast becoming one of the most interesting venues in Italy, Scompiglio not only promotes promising up-and-coming artists (Gian Maria Tosatti in 2013) and emerging media (the young sound artist Roberto Pugliese, in 2014, or the series I can reach you (From one to many), which involved artists such as Bianco Valente, Valerio Rocco Orlando and Claudia Losi) but also gives visitors the opportunity to get to know some outstanding artists (from Chiraru Shiota to Regina José Galindo).

Teresa Margolles, Il Testimone, 2017, Oisiris “La Gata”, (Luis Humberto Garcia Robledo, 1984-2016) Fotografia originale di Teresa Margolles
(Luglio 2015
Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico) Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Belonging to third category is Teresa Margolles‘s solo show Sobra la Sangre, curated by Angel Moya Garcia and Francesca Guerisoli, which opened on 25 March 2017.

The SPE – the venue’s performance and exhibition space – is perfectly suited to this event, involving a descent, as if venturing into the bowels of the earth, following the path that the Mexican artist (now based in Madrid) has meticulously woven for years: a path of social, political and very human reflections.

The first, decisive work actually precedes the entrance to the exhibition. Entitled Frazada (La Sombra), of 2016, this is a blanket mounted on a light-weight metal structure to form a kind of sunshade. Yet those who take advantage of its shelter are in for a shock at the overpowering smell of blood it issues – the blood of a murdered woman, taken directly from the morgue in La Paz, Messico.

Teresa Margolles, Il Testimone, 2017, Oisiris “La Gata”, (Luis Humberto Garcia Robledo, 1984-2016) Fotografia originale di Teresa Margolles
(Luglio 2015
Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico) Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

This work offers an immediate insight into the modus operandi of Teresa Margolles, who always gets straight to the point, but does so with a touch of harmony and subtlety that only the poetry of art possesses.

Descending into the heart of the venue we encounter the work which gives the show its title, namely Wila Patjharu/Sobre la Sangre. Presented in an entirely black space, the canvas is stretched out like a corpse, lit to be examined from all sides so we can take in all the details. At first glance it appears to be an exquisitely embroidered piece of cloth, and as we discover, it was indeed crafted by the Bolivian embroiderers who do this kind of needlework for the dresses worn for traditional folk dances.

Then you begin to notice the stains, some isolated marks, others larger and more concentrated. They are bloodstains from the wounds of femicide victims who were wrapped in the cloth, which was subsequently sent to be embroidered. Teresa Margolles worked with a forensic pathologist in La Paz who used the sheet as a shroud for a number of corpses.

Teresa Margolles, Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017, La Paz, Bolivia. Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

Folklore often lends itself to a collective pretence, and beauty can be used to cover the signs of a slow, inexorable catastrophe, concealed by the hypocrisy which casts women as sensual dancers then uses their bodies and casts them aside as if meaningless and counting for nothing. Francesca Guerisoli tells me about the shocking statistics regarding missing women and girls, found dead after being raped: women and girls with no name, unknown and forgotten, living far from their families to work and send money home.

The canvas is a geography of suffering, a journey of unspeakable hardships spattered under bright sequins: a clear allusion to the cost of wealth paid in another’s blood. The artist denounces gender-based violence without rhetoric, starkly exposing the facts.

The third work on display consists in two photographic portraits at the end of a dark double corridor fitted with speakers. As you walk down the corridor you can hear, in Italian and Spanish, the stories of Karla and La Gata, the two murdered Mexican transsexual prostitutes who appear in the photographs. The words we hear offer three accounts with three levels of proximity. One is that of the girls themselves, closest to the photograph, one is that of someone close to them, slightly further away, and the third, furthest from the photograph, is that of the person who found the corpses.

Teresa Margolles, Wila Patjharu / Sobre la Sangre, 2017, La Paz, Bolivia. Courtesy l’artista. Foto Rafael Burillo

As we move physically closer to the portraits we also get closer to the stories: we are slowly drawn into the brutal truths of the lives of these women, how they make a living, where they do it and what they face every day. The work, specifically created for this exhibition, is called Il Testimone (The Witness), and makes us all witnesses of what takes place there. If you look elsewhere you are making a choice, if you do not listen it is because you do not want to listen, if you pretend nothing is happening it is intentional because you are there, listening to a true story, you are a witness.

The whole exhibition, which alters the space of the venue, has the effect of shedding light on the crudest of details, which also turn out to be the most captivating. There is a near total absence of light: only the embroidered canvas and the portraits are illuminated, and the exhibition takes a very minimal approach. Even the speakers near the portraits are a discreet presence, the listening is intimate but does not shut out the surroundings as headphones would. We always have the option of leaving, turning our backs on them, shifting our gaze, choosing not to hear.

This piece is both magnificent and brutal. Only the impassioned gaze of a woman as strong, combative and in love with life as Teresa Margolles can offer such a poetic, powerful, intense and thoughtful rendering of these atrocities to an audience comfortably unaware of what some of their fellow humans have to face.

 

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