Tino Sehgal: expect the unexpected

La mostra di Tino Sehgal al Palais de Tokyo di Parigi è stata inaugurata il 12 ottobre e si è conclusa il 18 dicembre 2016, con un’intensa domenica in cui numerosi spettatori da tutto il mondo si sono pazientemente messi in attesa.

La scelta del termine spettatore è conforme alla richiesta di partecipazione che questo artista attua nei confronti di un pubblico, che non si limita a guardare passivamente delle opere d’arte, ma diventa una delle parti integranti dell’atto performativo e dell’arte stessa.

La mostra è chiamata Carte Blanche per Tino Sehgal e continua l’operazione iniziata nel 2013 da Philippe Parreno nel medesimo luogo, diventato punto di riferimento per la contemporaneità trattata in modo istituzionale, uno di quegli spazi che in Italia, se esistono, sono destinati a essere gestiti e finanziati esclusivamente da privati.

L’aria frizzante della Senna invita a entrare nell’edificio e a essere immediatamente accolti dalla domanda: Che cos’è l’enigma?

Philippe Parreno, Annlee de Tino Sehgal, dessiné au Palais de Tokyo, 2013. Crayon sur papier

Un gruppo di performer ci accompagna lungo tutto il percorso, a volte letteralmente. Nel caso dell’ingresso, segnato da una delle tende speciali di Félix González-Torres, uno di questi giovani ci accoglie con la domanda e ci indica la strada verso il piano inferiore, ma solo dopo una piccola coreografia in solitaria, quasi un volteggio, come una danza che ci introduce in una nuova esperienza e che ci accompagna con un incantesimo all’interno di un nuovo stato mentale.

In effetti, la suggestione nel seminterrato è forte perché un gruppo folto di persone si muove e canta in polifonia nella grande sala vuota, in tanti, distinti momenti: tutti sono attenti allo spazio e alle persone che lo riempiono, ti guardano negli occhi, ti sorridono, ti cantano appresso, e quando interrompono le azioni collettive si avvicinano e ti raccontano una piccola storia, un aneddoto del passato, o una sensazione momentanea e urgente.

Recandosi l’ultimo giorno, una coda piuttosto lunga per accedere a una seconda parte della mostra è stata inevitabile: un’ora e mezzo in una varietà di età, razze, generi, coppie, amici, persone sole, tutto. Anche qui un imprescindibile discorso relazionale coinvolge il pubblico sotto il grande intervento di Daniel Buren: sono poche le persone che si isolano in letture e pensieri solitari, la solidarietà dell’attesa costringe a sorrisi, scambi di parole, nuovi incontri veloci e limitati alla coda che però consentono un ulteriore affondo nell’esplorazione del genere umano.

Poi l’altro percorso, in mezzo al vuoto della struttura costruita per l’Expo 1937 e dall’eco vagamente fascista, accompagnati prima da un bambino che ci chiede cos’è il progresso, poi da un adolescente, poi una donna giovane, infine una signora distinta e di una certa età: ti raccontano aneddoti, ti ascoltano, ti fanno domande e, incredibilmente, sono soggetti, quelli che incontro, che hanno tutti gli occhi azzurri, delle finestre sul cielo.

Solo le persone sono le vere protagoniste per Sehgal, le persone e le loro storie quotidiane allegoricamente utilizzate per creare delle relazioni, dei momenti di contatto brevi e a volte persino degli insegnamenti.

La terza parte della mostra creata da Tino Sehgal è una riproduzione di This Variation, l’opera presentata a dOCUMENTA (13) nel 2012: una grande stanza buia in cui un gruppo di performer eseguono una partitura vocale, dapprima gradualmente, fino a un pieno e totale coinvolgimento. La fortuna è di aver già avuto la sorpresa dell’opera a Kassel, per cui la ressa di persone non ha fatto sì che la completezza di questa performance avesse la sua efficacia, ad eccezione di una piccola creatura che, spaventata dal buio, ha deciso di aggrapparsi alle mie gambe per dieci minuti buoni, prima di realizzare che non ero sua madre.

Ci sono degli aspetti che permeano questa scelta espositiva e sono legati proprio alla contemporaneità.

In un momento in cui l’essere umano vacilla e spesso vince chi meglio parla di sé e si mette in mostra, puntare i riflettori sulle persone nel loro quotidiano si rivela una scelta azzeccata e davvero contemporanea. Oltretutto, la svolta del mondo lavorativo degli ultimi anni ha svelato un apporto davvero condizionante delle relazioni per raggiungere molte posizioni: se da un lato l’affinamento delle professionalità si rivela imprescindibile, dall’altro esiste una fauna di persone/personalità che esistono solo in funzione delle relazioni che sono in grado di intessere, economiche come personali.

Tino Sehgal, rappresentante dell’atto performativo odierno maggiormente riuscito, decide di tornare alle parole, agli sguardi, ai racconti davanti a un’ipotetica tazza di the, alla confidenza che esiste tra amici che si scambiano storie sull’infanzia, al racconto di una serata. Incalza lo spettatore con domande sul progresso, lo accompagna in questo enorme edificio e lo riempie di contatto umano, con un contorno di opere di altri artisti da lui invitati come Gonzales-Torres, Parreno, Buren, Huyge, Coleman e Isabel Lewis, che però si rivelano marginali rispetto a questo vuoto apparente che ha visto un’affluenza pazzesca e tanta gente in coda.

Il coraggio di mostrare la semplicità e la molteplicità delle persone è un tratto strabiliante di una mostra che consente a Sehgal di posizionare un altro tassello nel puzzle della sua ricerca: l’artista riesce a rendere fondamentale l’atto performativo nel mondo dell’arte, privo di effetti speciali, privo di artificio, forse semplicistico e con un’idea facile, ma di un’efficacia straordinaria all’interno di un mondo dove la necessità di scioccare sono diventati l’ordinario. La performance perde quindi tutta la forza dello shock e della sessualità per assumere un tratto minimale e fondamentale che parla il linguaggio di oggi, tramite il contatto visivo, il racconto, la poesia del canto, la fiducia nel buio.

Il lavoro di Sehgal può essere contestabile, ma il suo contributo nella ricerca e nel rendere attuale il linguaggio artistico dell’atto performativo è un processo che non può lasciare indifferente il pubblico, sia tra gli addetti che non.

Philippe Parreno, Annlee de Tino Sehgal, dessiné au Palais de Tokyo, 2013. Crayon sur papier

ENGLISH TEXT

The Tino Sehgal exhibition at the Palais de Tokyo in Paris opened on 12 October and closed on 18 December 2016, a busy Sunday when spectators from all over the world waited patiently in line.

I use the term spectator as indicative of the artist’s expectations for audience participation: visitors to his shows do not just passively observe his works of art, but become an integral part of the performative act and the art itself.

The exhibition is entitled Carte Blanche à Tino Sehgal, and is a continuation of the initiative launched by Philippe Parreno in 2013 in the same venue, now a point of reference for an institutional take on contemporary art: the kind of venue that in Italy would have to be run and funded entirely by the private sphere.

The chilly air of the Seine is an invitation to step into the building, where we are immediately greeted with a question: What is the riddle?

Philippe Parreno, Annlee de Tino Sehgal, dessiné au Palais de Tokyo, 2013. Crayon sur papier

A group of performers accompanies us around the show, at times literally. At the entrance, for example, marked by one of Félix González-Torres special curtains, one of them welcomes us with this question and points the way to the lower floor, but only after a short solo performance, a twirling dance that introduces us to a new experience and accompanies us, like a spell, into a new mental state.

And down on the lower floor we are indeed plunged into a new, highly atmospheric dimension: there is a large group of people moving around the big empty space, singing and creating a host of distinct, separate moments: they are all attentive to the space and the people coming in, making eye contact and smiling, coming to sing beside you. And when the group performance breaks off they approach to tell you a story, a past anecdote or a passing feeling.

As this is the last day, there is inevitably a fairly long queue to get into the second part of the exhibition: we spend an hour and a half waiting among people of all ages, ethnic origins and genders – couples, groups of friends, lone visitors, the lot. Here too the relational aspect is to the fore under Daniel Buren‘s major project: there are few people reading alone or lost in thought, as the fact of waiting together leads to exchanging smiles and a few words, fleeting encounters limited to the queue situation that nonetheless add to this ongoing exploration of the human condition.

Then onto the second part, through the empty structure built for Expo 1937, with its vaguely Fascist overtones, accompanied firstly by a little girl who asks us what progress is, then a teenager, a young woman and lastly an elegant older lady: they tell anecdotes, listen to you, ask you questions. Incredibly, all the people I met had blue eyes, like windows of sky.

For Sehgal people are the real focus of the work: people and their little stories of everyday life, that he uses to create a connection, spark brief contacts and even at times impart teaching.

The third part of the show is a reproduction of This Variation, the work presented at dOCUMENTA(13) in 2012: a large, dark room in which a group of performers sings a musical composition that starts off gradually before working up to an involving finale. Luckily I had already experienced this surprising work in Kassel, because all the spectators crowded into the room meant that it lost something of its impact, apart from a young child who, frightened by the dark, clung onto my leg for a good ten minutes before realising I was not her mother.

There are various aspects that characterise this exhibition which are closely bound up with modern life. In this post-truth age, often dominated by the self-aggrandising, those who push themselves into the spotlight, the idea of focusing on people’s everyday existences is spot-on and truly contemporary. Moreover, in recent years the world of work has revealed the permeating influence of cronyism when it comes to making a career: while on one hand professional skills have to be increasingly honed, on the other, there is an entire substratum of individuals who get by purely on the basis of the economic and personal relationships they have cultivated.

Tino Sehgal, one of the most successful performance artists of the current period, has gone back to words, expressions, the appeal of a cosy chat over a cup of tea, the intimacy of friends swapping stories about their childhood, anecdotes about an evening out. Sehgal presses his spectators with questions on progress, leads them into this huge building and fills them with human contact, surrounded by works by other artists he invited, including Gonzales-Torres, Parreno, Buren, Huyge, Coleman and Isabel Lewis, which nonetheless appear marginal compared to this vast, apparently empty space: such a successful show that people queued round the block to see it.

The courage to show the simplicity and multiplicity of ordinary people is one phenomenal thing about this exhibition, and adds another element to Sehgal‘s ouevre, putting performance to the fore in the art world, without frills or special effects, and perhaps by means a simple, easy idea, but a strikingly effective one in a world where shock value is the order of the day. Here performance rejects the shocking and the sexualised, with a minimal, pared-down approach that talks the language of the present using eye contact, story telling, the poetry of song, trust in the dark.

Sehgal‘s work might not be up everyone’s street, but his contribution to art and reinventing the artistic language of performance is something that cannot go unnoticed, by both those in the art world and the public at large.

Philippe Parreno, Annlee de Tino Sehgal, dessiné au Palais de Tokyo, 2013. Crayon sur papier