Teatro delle Albe: Vita agli Arresti di Aung San Suu Kyi

Ci sono esperienze che ti modificano il sentire, ogni volta con modalità analoghe ma sempre uniche e sensazionali. In un momento in cui le arti visive mi si mostrano spesso in una stasi e un’ossessione per il mercato che mi disturbano e mi annoiano, inciampo, non troppo casualmente, nel teatro, tornando alle mie origini.

Seguo il gruppo Teatro delle Albe di Ravenna dagli albori della mia magrezza e dal mio tentativo non riuscito di attrice, dalla nascita del mio primo sogno di carriera sui palchi, quando nel 1998 vidi I Polacchi, innovativa rappresentazione dell’Ubu Re di Jarry.

Da allora, il mio accanimento emotivo e intellettuale me li ha fatti incontrare spesso, con un intervallo troppo lungo interrottosi quando ho rincontrato per caso Marco Martinelli, il regista, e Ermanna Montanari, la prima attrice, nella mia città, dopo molti anni. Chi dice che il destino non esiste, non ha mai provato delle epifanie che si ripropongono come una grazia ciclica che ti sconvolge nel tuo misero e faticoso quotidiano come un fulmine a ciel sereno.

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L’ultima esperienza artistica provata, appunto, è stata grazie al Teatro delle Albe al Teatro Donizzetti di Bergamo, lo scorso fine settimana: sono approdata nel’abbraccio caldo di Marco ed Ermanna per la Vita Agli Arresti di Aung San Suu Kyi, testo che già conoscevo perché ricevuto in regalo dalla compagnia stessa lo scorso aprile, a Ravenna, ma non avevo ancora avuto la fortuna di vederlo in scena.

Già di per sé la storia di questa donna birmana è sorprendente e grandiosa, premio Nobel per la pace nel 1991. Il testo recita, da parte di Suu, queste parole in merito

Lo so quello che pensi, caro Geco. Pensi che queste sono sciocchezze, che la realtà è tutt’altra, che l’andazzo del mondo dimostra il contrario. Che stiamo invecchiando qui dentro, che forse ci moriremo, qui dentro, dimenticate da tutti. Che alcuni dei nostri non ce l’hanno più fatta e son passati dall’altra parte. Che vincere un Nobel è una barzelletta inutile: non serve a niente. A che serve? E invece ti sbagli. E il tuo cinismo immobile… mi ricorda gli intellettuali da salotto che incontravo in Europa, gente che giudica i propri simili sempre banali, che non si sorprende mai di nulla, con le labbra sempre accartocciate in un’espressione di disgusto

Vita agli Arresti è strepitoso: due ore e mezzo di contemplazione concentrata (anche da parte dei ragazzi di 16 anni che circondavano il mio posto e di tutto il teatro pieno pieno), un testo meraviglioso e chiaro, in cui si alternano momenti di poesia, altri di racconto teso e intenso, ad altri di decompressione. Il tutto permeato da una leggerezza intelligente, delicata e da un messaggio incredibilmente universale: tutti noi siamo Suu, nella nostra giornata quotidiana, nel dire no alle seduzioni mascalzone, ai compromessi con la mediocrità, alla vigliaccheria, dal piccolo al grande mondo.

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Tutto il lavoro vede protagonista la recitazione di un’immensa Ermanna Montanari, accompagnata da Roberto Magnani, Alice Protto, Massimiliano Rassu e dal cammeo del tecnico Faso, ormai una ricorrenza negli spettacoli delle Albe per espressa volontà di Marco Martinelli. Il tutto è completato da una parte sonora puntuale e da una selezione visual molto efficace, a tratti densa di simbolo, in altri momenti funzionale al racconto dell’incredibile vicenda di questa donna magica. Anche i cambi di scenografia, sempre molto essenziale e precisa, sono gestiti dagli attori in scena in modo organico, naturale e molto pulito.

Vita agli Arresti è uno spettacolo completo, con vari punti di accesso alla comprensione, con tante chiavi, tanti messaggi, tanti simboli, ma allo stesso tempo esteticamente riuscito, bilanciato nei colori, nelle voci, in un testo limpido e mai banale scritto da Marco Martinelli, uno spettacolo che racconta una storia nella sua cronologia, anche con un metodo didascalico ma mai scontato, mai seduto.

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Ci sono dei passaggi in cui si parla esplicitamente della condizione umana alla quale tutti noi assistiamo nel nostro quotidiano: è lì che si insinua il pensiero, quello che poi non ti fa dormire la notte e che ti fa masticare il cervello, ruminando solo poche soluzioni e partorendo domande da nutrire, decidendo di andare a provare un’emozione in capo al mondo, scegliendo di essere meno corruttibile possibile.

Eppure… questo… siamo. Che vergogna… Poi dicono che sono ingenua! Mi dicono che sono ingenua quando dico che la rivoluzione deve essere prima di tutto spirituale, e che un popolo si misura su quella. Viva l’ingenuità allora! Sì… dirò proprio così… viva l’ingenuità! Ma figurarsi se non dobbiamo dar peso alle questioni economiche, la finanza internazionale, i rapporti con le grandi potenze… però… però se non riusciamo più a provare vergogna davanti a quello che gli uomini possono fare agli altri uomini, quando mai riusciremo a cambiare davvero qualcosa? Un Paese senza vergogna, questa è la vergogna più grande. La vergogna è la chiave di tutto, la vergogna è la prova che siamo ancora esseri umani…

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Gli spettacoli del Teatro delle Albe sono questo: la poesia della verità. Sono commoventi, autentici, coraggiosi. Sono un inno alla vita. Incarnano l’esempio di un gruppo teatrale che non si piega alla stanchezza, alla mediocrità, al tempo; un gruppo da trent’anni che fa ricerca col cuore e che porta un messaggio colto e profondo con sé sempre, continuamente avidi di conoscere, di sorridere, di ascoltare, di aprirsi. Il Teatro delle Albe è un esempio di integrità per tutte le professioni artistiche (e non solo in realtà): per smascherare chi cerca solo vezzo e vanità fini a se stessi, un laboratorio continuo sull’uomo e per l’uomo, una ricerca costante, una lotta quotidiana contro la mediocrità comoda, contro le sicurezze, contro la stanchezza che ti fa smettere di amare chi hai accanto, e quello che fai nelle tue giornate, e la tua vita tutta, contro la rassegnazione che ti fa perdere gli entusiasmi, che non ti consente più di discernere tra l’ordinario e lo straordinario.

Ieri leggevo di un ragazzo romano, il surfista Alessandro Marcianò: ha cavalcato il suo record d’onda di 18 metri in Portogallo e grazie a questo parteciperà al Red Chargers (la competizione riservata ai migliori surfisti del mondo).

Non smettiamo di cercare le onde perfette, non smettiamo di cercare le onde più alte, quelle che toccano le nuvole.

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