Cosa non ho amato di Villar Rojas Alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Adrian Villar Rojas alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, novembre 2015

 

Adrian Villar Rojas è indiscutibilmente uno dei giovani artisti più seguiti in questo momento. Argentino del 1980, lavora moltissimo nel mondo occidentale e gode di grandissima visibilità presso un gran numero tra le mostre internazionali di maggior rilievo, tra cui Biennale di Venezia, Documenta, Biennale di Istanbul, Fondazione Vuitton di Parigi e galleria Marian Goodman di New York.

Ammetto in primis la mia ignoranza perché ho visto il suo lavoro esclusivamente a Venezia, a Kassel e a Torino ora, oltre alla sua opera a Parigi Where the slaves live alla Fondation Vuitton.

Non sono stata a Istanbul e non ho visto i suoi interventi a New York o a Miami.

Adrian Villar Rojas alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, novembre 2015

Ho visto la mostra Rinascimento a Torino alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo la scorsa settimana e non sono stata così positivamente impressionata come la maggior parte dei numerosissimi presenti quel giorno.

Faccio un passo indietro e metto i puntini sulle i come di dovere.

Il lavoro svolto da Villar Rojas e dal suo staff per la mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino è grande, indubbiamente impegnativo: tutte le scelte effettuate dall’artista, ma anche dalla curatrice, sono massicce, l’intenzione monumentale di questo tipo di esposizione è evidente e per poterla mettere in atto ci vuole uno sforzo sorprendente.

Tuttavia, noto dei limiti per me imprescindibili nei confronti del risultato sul piano formale.

Addentriamoci.

Adrian Villar Rojas alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, novembre 2015

Il primo incontro è con un corridoio che presenta dei mucchietti di indumenti sparsi, forse abbandonati? Non lo so. Nel loro ordine preciso preciso ci vogliono parlare dell’essere umano, peccato che questo tipo di linguaggio sia già stato ampiamente sfruttato negli anni e, a mio avviso, sia ormai una scelta piuttosto convenzionale.

La prima stanza è buia e vuota, mi solleva abbastanza, amo gli spazi vuoti e il condizionamento che crea anche la scelta dell’assenza di luce, soprattutto quando c’è una grande aspettativa. In realtà si dovrebbe cogliere un profumo, o comunque un odore, che io francamente non riesco a sentire, probabilmente a causa della stessa ressa di addetti al settore che ha condizionato moltissimo la mia permanenza all’interno dei locali della fondazione per tutta la visita.

Adrian Villar Rojas alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, novembre 2015

L’idea del vuoto in penombra non è male, peccato quella giacca di pelliccia a terra, proprio all’ingresso della stanza: sarebbe stato decisamente più interessante, a mio avviso, penetrare nel vuoto fino in fondo.

La grande stanza successiva è invece stracolma e il contrasto è interessante.

Un numero importante di grossi ammassi di materiale, alcuni legnosi, altri che sembrano pietre calcaree, costella la stanza. Tutti questi agglomerati accolgono, tra le insenature e gli spazi, le pieghe naturali del materiale, dettagli, passaggi dal macro al micro, quasi fosse un paesaggio prima sommerso dal mare coi suoi fossili giganti: c’è una quantità persino eccessiva di oggetti, spesso organici, elegantemente disposti a ridosso dei massi, delle cavità di queste rocce, di questi legni, di questa materia magistralmente adattata dallo staff di Villar Rojas nei tre mesi di permanenza a Torino; sono dettagli di frutta e verdura, oggetti grandi, cose piccole, cose nuove, ma soprattutto cose vecchie, cose usurate disposte in relazione a questi massi.

Adrian Villar Rojas alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, novembre 2015

Non riesco a trovare grande profondità in questo lavoro, vedo una ricerca con una finalità estetizzante, abbastanza ritorta su se stessa, molto curata, con una disposizione sapiente dei materiali, anche di quelli su cui il tempo ha lasciato il suo segno. Personalmente, la ricerca cromatica e l’equilibrio troppo proporzionato sono propedeutici a un accento forzato che strizza l’occhio ai dandy-per-sempre, a quel decadentismo che benissimo si sposa con l’estetica della recessione. La riflessione sul tempo e gli effetti su cose e persone hanno un’eco barocca che trovo abbastanza battuta nel tempo, così come quegli indumenti lasciati sparsi che alludono a un messaggio ormai noiosetto nell’iconografia installativa, come già precedentemente esposto.

Infine, il lavoro sugli equilibri di spazi e luce è giocato in modo troppo semplicistico per offrire una sfida reale e non è scavato nel profondo.

Non sobbalzo, credo che il lavoro sul tempo, sullo spazio, sul colore, siano molto complessi perché già ampiamente dibattuti in lungo e in largo; penso all’efficacia del lavoro di Zobernig al padiglione austriaco della Biennale di Venezia ora in chiusura.

Adrian Villar Rojas alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, novembre 2015

La sensazione è che questo lavoro sia addirittura stato effettuato in due momenti diversi, con interventi differenti: uno ha cercato di creare un dialogo con gli spazi, la luce le aspettative, l’altro, mosso dalla paura di non accontentare una platea, ha tradotto in un linguaggio più immediato e di grande impatto scenografico.

Sinceramente mi aspetto di più da quello che pare essere la rivelazione del mondo internazionale dell’arte.

Resto aperta a qualsiasi confutazione che mi auguro possa farmi riflettere e discutere.

 

ENGLISH TEXT

 

Adrian Villar Rojas is undoubtedly one of the hottest young artists of the moment. Born in 1980 in Argentina, he has risen to international fame and has featured in many leading art events, including the Venice Biennale, Documenta, Istanbul Biennial, Fondation Vuitton in Paris and Marian Goodman gallery in New York.

I’ll admit my ignorance here, because I’ve only seen his work in Venice, Kassel and now Turin, as well as his piece Where the slaves live in the Fondation Vuitton in Paris. I didn’t go to Istanbul and I have not seen his work in New York or Miami. I saw the exhibition Rinascimento in Turin at the Fondazione Sandretto Re Rebaudengo last week and I have to say that I was not as enthused as most of the numerous visitors there that day.

First of all though, credit where credit’s due.

Villar Rojas and his staff undoubtedly put a lot into the exhibition at the Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: the artist, and the curator obviously went to great lengths to stage this show. Indeed a show as ambitious as this calls for a surprising amount of work. Yet for me it showed some real limitations in formal terms.

Let’s take a look.

The first thing you encounter is a corridor scattered with random heaps of clothing, as if abandoned, I’m not sure. They’re undoubtedly supposed to say something about the human condition, but this type of work has appeared so much in recent years that it’s almost a cliché.

The first room is empty and dark, which I find uplifting: I love empty spaces and the way we are conditioned by the absence of light, especially when our expectations are great. In theory you’re supposed to be able to smell some kind of fragrance or odour in this room, but I don’t pick up anything, probably due to all the art critics crowded in there, something which had a great impact on my entire visit.

The idea of a dark, empty space isn’t bad, apart from the fur coat on the ground at the entrance to the room: it would have been much more interesting, in my opinion, to have the experience of venturing into a total void.

The next room, on the other hand, was packed, making for an interesting contrast. It was full of large heaps of different materials – some wood, others in something that resembled limestone. Each heap, in the little gaps and spaces formed among the natural crevices in the material, held little details, shifting the focus from macro to micro, almost like a landscape previously under the sea yielding its giant fossils. An almost excessive quantity of objects, often organic, were elegantly arranged among the boulders, in the cavities in the rock and woody matter, masterfully adapted by Villar Rojas‘ staff for the show’s three-month stay in Turin: fruit and vegetables, big things, little things, new things, but above all old, worn things.

I couldn’t find anything particularly deep in this work, which prioritised the carefully presented aesthetic element in a very self-referential way, with all the materials, including the miscellaneous bric-a-brac, so cleverly arranged. Personally I find that the attention to the chromatic effects, and having everything so well proportioned and balanced, smacks of too much effort, reminiscent of die-hard dandyism, the decadence of the recession aesthetic. This reflection on the passing of time and its effects on people and things has baroque overtones that have been done to death, just like the heaps of clothes that evoke a fairly trite, banal message in terms of installation imagery.

The work on the balance of space and light also comes across as too simplistic to offer a real challenge, and too superficial. I just didn’t find it that stimulating: work on time, space and colour are very complex because they have already been debated far and wide – just think of the effectiveness of Zobernig’s work in the Austrian pavilion at the Venice Biennale, now coming to an end.

Here you almost get the feeling that the work was done in two separate stages, with different approaches: the first stage set out to forge a dialogue with the space, the light, the expectations, while the other, fearful of not satisfying the audience, sought a more immediate approach and dramatic impact. Quite honestly I was expecting more from the man who is touted as the next big thing in the international art world.

I am entirely open to feedback on this, as an opportunity for further reflection and discussion.

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