Dismaland

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Partire da Londra con un sole accecante, prendere il treno fino a Bristol e cambiare per arrivare a Weston-Super-Mare. Sono riuscita a ottenere un biglietto per Dismaland mettendomi letteralmente in coda come per andare a vedere un concerto: una volta scoperta l’ora in cui sarebbero stati messi in vendita i ticket per quella settimana, ho attivato l’allarme sul cellulare e mi sono connessa, continuando a fare refresh fino al raggiungimento dello scopo.

Il cielo è coperto in modo perfettamente inglese a Weston-Super-Mare, un vecchio lido per le vacanze inglesi che, di primo impatto, mi ricorda moltissimo Ostia. Dalla stazione raggiungo il lungomare, con qualche residuo di microscopico lunapark, uno strano parco acquatico, un grande molo dei primi del Novecento e un museo di sculture di sabbia.

Sullo sfondo, si intravede Dismaland.

Coda all’ingresso anche per i possessori di biglietto, soprattutto per i controlli negli zaini e dentro col divieto assoluto di ridere o anche solo sorridere perché potrebbero mandarti via a calci o farti rifare tutta la coda!

Are you looking for an alternative to the soulless sugar-coated banality of the average family day out? Or just somewhere a lot cheaper? Then this is the place for you – a vibrant new world that provides an escape from mindless escapism. Instead of a burger stall, we have a museum. In place of a gift shop we have a library, well, we have a gift shop as well. Bring the whole family to come and enjoy the latest addition to our chronic leisure surplus – a bemusement park. A theme park whose big theme is – theme parks should have bigger themes…

Il parco dei non divertimenti (bemusement park, sottotitolano) è stato voluto da Banksy, il celebre artista inglese nato dalla street art di cui non si conosce il volto. Ha invitato molti artisti e insieme hanno lavorato a un’attrattiva volutamente depressiva, molto forte, in un luogo triste, con temi scottanti (clicca qui per la lista dei nomi) con una durata limitata (20 agosto – 27 settembre) e un costo basso per entrare, mangiare, bere e poter avere accesso ad alcune attrattive.

L’impatto più grande viene dal castello e dal laghetto sottostante, al cui centro domina la figura della Sirenetta Disney in una versione distorta e totalmente fuori asse e un camioncino della polizia ribaltato e storto dal quale parte una fontanella i cui spruzzi spesso raggiungono le persone di passaggio.

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Subito dopo il negozio (Exit through the gift shop per uscire dal parco, titolo del documentario del 2010) ci sono due pannelli per le fotografie, uno raffigurante due banditi incappucciati con gli spazi vuoti in cui inserire occhi o testa, uno completamente bianco per infilare la testa da un buco e la mano da un’altra fessura per farsi un selfie.

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Accanto alla scala che sale per il bar terrazza, ci sono tre marionette mosse dall’alto che ricordano l’iconografia degli ex voto messicani: tre musicisti a imitazione dei mariachi e musica di sottofondo sia jazz che caraibica, percepibile già all’esterno e in totale contrasto con un ambiente dall’aspetto malsano, materiali di riciclo di scarsa qualità, cassonetti e oggetti ammassati casualmente.

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Un murales raffigurante il braccio della statua della libertà, con la fiaccola in mano ma spezzato, sembra messo da parte, gli stessi colori lividi: oltre a essere una critica aspra al sistema capitalistico americano, sembra esserci un esplicito riferimento alla Grecia e al difficile momento in cui versa, per evidenziare lo stacco tra l’economia e le persone e come memento di notizie che sembrano aver già superato l’onda mediatica del momento.

Tra i mariachi e il laghetto c’è un piccolo teatrino di burattini che raccontano favole, o dir si voglia, a sfondo chiaramente sessuale, ispirate alla vita di Jimmy Savile, alla sua pedofilia e ai best sellers multimilionari di E. L. James.

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Superata la zona del cibo, c’è un piccolo box che distribuisce sarcastici giochi per bambini, un mini golf realizzato esclusivamente con materiale di scarto e si arriva a una piccola tensostruttura chiamata Geodome, zeppa di cartelli con frasi e immagini di chiara ispirazione sarcastica nei confronti di società e politica, facendo un versaccio ai social network con motti a tratti memorabili sulla Palestina, sulle religioni, sulle donne, sulle guerre, sugli equilibri internazionali e su tutto quello che normalmente non è conveniente dire.

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Sosta alla ruota panoramica con giro, molto strana, vecchia, senza alcun senso di stabilità, va nella direzione opposta provocando un simpatico senso di nausea e delle vere e proprie vertigini quando, in alto, si è fermi per far scendere gli altri passeggeri.

Si giunge poi a una delle più intense e riflessive installazioni presenti: ci vuole un’oretta di coda per visitare Cruel, ma sono stata intrattenuta da un concerto di percussioni, da una scultura composta da un’orca che esce da un water per lanciarsi in un cerchio acrobatico retto da una sub-modella in muta che vorrebbe domarla e direzionarla in una piscina di plastica piccola piccola, dalla presenza di una zona pic nic in cui le panche sono la continuazione di un grandissimo rotolo di carta igienica, dalla vista del lato del castello con barca galleggiante nello stagno e la scritta un-fuck the system accanto al disegno di una tavola imbandita, dall’incontro con la libreria finta in cui ci sono brevi storie politiche scritte a mano, libri da cassa del supermercato a padroneggiare e mensole piene di libri fake disegnati.

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Il museo Cruel è un’infilata di notizie sull’uso del design per il controllo sociale a scapito dei cittadini collocate su un camper nero: è stato curato da Gavin Grindon, docente di storia dell’arte all’Università dell’Essex che aveva a sua volta curato per il V&A di Londra la mostra Disobedient Objects e prosegue con questo progetto, grazie anche al supporto di Amnesty International. È tutto piuttosto impressionante, personalmente la prima sezione sul controllo dei lavoratori da parte di grandissime aziende che fingono di essere innovative e accattivanti è davvero impressionante, ma non meno del racconto della tecnologia applicata dallo stato in supporto alle forze dell’ordine.

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Il percorso continua con un’arena in cui è possibile sedersi per gustare una selezione di cortometraggi (e magari una birra!) e proseguire poi per la tenda da circo recante la scritta The Sleep of Reason all’ingresso, con ceramiche straordinarie che offrono piatti colmi di dita mozzate, conigli che han presumibilmente mangiato il prestigiatore, una pecora in formaldeide, delle sculture di pezza.

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Lo step successivo è un’impressionante vasca colma di acqua in cui ci sono barche piene di migranti e pupazzi a galleggiare a testa in giù, dove si inserisce una moneta per movimentare la tua barca. Cinico? Forse, sicuramente una riflessione su un fatto di cronaca che sta coinvolgendo la politica da tanti, troppi anni non meno cruda di quanto l’opinione pubblica si stia dimostrando nella preoccupante mancanza di umanità, distruttiva e sintomatica di un crollo totale di etica e solidarietà.

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Passando poi accanto alla gigantesca scultura postindustriale che vede due camion incastrarsi, si giunge all’ingresso del fantomatico castello, parodia di tutti i parchi divertimento e instancabilmente presente: questo al suo interno ci offre la visione di Cenerentola, ma la principessa è morta in un incidente che ha coinvolto la zucca e i cavalli, con uno stuolo di paparazzi che ha abbandonato la motocicletta per scattare continuamente fotografie dai flash accecanti: sono solo io a pensare a Lady Diana?!

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E mentre riguardo Ariel instabile e destabilizzante, passo attraverso le ultime attrazioni esterne prima di entrare nella galleria: una roulotte dall’arredamento tristissimo che ruota su se stessa lentamente offrendo un generoso problema allo stomaco, un lancio di oggetti contro bombolette spray usate per non vincere assolutamente nulla, dei palloncini con scritto I am an imbecile, uno stand in cui farsi prendere a palline da ping pong in testa, una signora sommersa letteralmente dai piccioni, murales ispirati agli imperatori greci, un disegno sul muro fatto con lo stencil, una giostra con cavallucci che girano ad eccezione di uno appeso con accanto un macellaio dall’aria soddisfatta.

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Infine la galleria: uno spazio grande con, al suo interno, scritte luminose, coltelli su cui danza un pallone leggero, perfette damine in ceramica completamente tatuate, foto straordinariamente belle e fastidiose, gli autoscontri con la morte in gara, una grossa installazione che ricorda il fungo atomico, una serra di piantine ritagliate dalle confezioni di cibo per alimenti precotti e pieni di conservanti, un distributore automatico con un feto, uno splendido plastico finale che toglie il fiato per la precisione e la maniacalità di una città piena di sirene blu lampeggianti.

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Bene, adesso, che cos’è Dismaland?

Ci sono alcune zone davvero divertenti per l’audacia e la fortissima ironia, ma è una reazione a un qualcosa di amaro. Questa operazione è vicina al mio sentire, al fastidio per la stupidità e l’avidità dell’essere umano, per la sua leggerezza di fronte alle problematiche situazioni in cui è coinvolto, all’egoismo con cui si attacca alle cose e le difende a costo di perdere il contatto con la parte più autentica della vita, all’oppressione che colpisce spesso sempre le stesse categorie. Questa riflessione è strettamente connessa anche alla presunzione che spesso le persone come me provano nel sentirsi migliori, nel giustificare le proprie tendenze. La rappresentazione del potere operata da tutti questi artisti offre un panorama che poco spazio lascia all’ottimismo, ma spesso lo fa tramite il sorriso. Tuttavia, le frasi che continuamente appaiono ai nostri occhi sulla densissima cartellonistica, le immagini che vediamo, i concetti che vengono espressi dalle installazioni, lo sfoggio della superficialità dell’essere umano, tutto fa riflettere in modo più o meno diretto e non si può non essere scossi da questa straordinaria esperienza.

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Vorrei dire a chiunque ritenga che Banksy sia un venduto, qualunque cosa o persona sia Banksy, anche se fosse un collettivo di pensatori, persino se fosse un artista arricchito che pian piano ha allargato il suo studio, che il coraggio di esprimere delle opinioni così profondamente inserite in un ragionamento logico, di dare punti di vista alternativi in merito a situazioni politiche compromettenti come quella della Palestina, di sbilanciarsi a proposito delle religioni e del loro potere sulle persone e di avere riferimenti culturali e sociali così sofisticati allo stesso tempo non ce l’ha quasi più nessuno. Ciò che resta sul piano estetico e formale è una soluzione in grado di soddisfare anche i palati più raffinati, spesso con un accento kitsch non diverso da quello di alcuni artisti famosissimi, accanto a interpretazioni che offrono piani di lettura stratificati e in grado di raggiungere tutti e non solo l’olimpo degli addetti al settore di un sistema che da anni ha sostituito la bellezza, la ricerca e la riflessione col conto in banca.

 

ENGLISH TEXT

I leave London on a gloriously sunny day, take the train to Bristol and then change to get to Weston-super-Mare. Getting a ticket for Dismaland was like trying to buy concert tickets: as soon as I found out when the tickets for that week were going on sale, I set the alarm on my phone to go onto the site at the right time, refreshing the page till I managed to make the booking.

The sky is overcast in true British style in Weston-super-Mare, a beach resort that has seen better days and that on first sight reminds me of Ostia. I head from the station to the seafront, where there are the remains of a little funfair, a strange-looking water park, an imposing early twentieth century pier and a museum of sand sculptures.

In the background, you can see Dismaland.

There’s a queue at the entrance even for ticket holders, which is above all for security checks, and once inside no laughing or even smiling because they might kick you out or make you queue up again.

Are you looking for an alternative to the soulless sugar-coated banality of the average family day out? Or just somewhere a lot cheaper? Then this is the place for you – a vibrant new world that provides an escape from mindless escapism. Instead of a burger stall, we have a museum. In place of a gift shop we have a library, well, we have a gift shop as well. Bring the whole family to come and enjoy the latest addition to our chronic leisure surplus – a bemusement park. A theme park whose big theme is – theme parks should have bigger themes…

This non-amusement, or bemusement, park was created by Banksy, the famous English street artist whose identity remains secret. He invited a number of artists to tackle current issues in this dreary location and deliberately depressing venue (click here for the list of participants). The show, where you can eat, drink and enjoy the various attractions, is cheap and open for a limited period (20 August – 27 September).

It is dominated by a castle complete with lake, home to a weirdly distorted statue of Disney’s Little Mermaid and an overturned police van, which spurts a water fountain over unsuspecting passersby.

Right after the shop (Exit through the gift shop was the title of a 2010 documentary) there are two cutouts for photos: one features two hooded yobs with holes for your eyes or head, while the other is left blank with a selfie hole: one aperture for your head and one for your hand.

Beside the stairs that lead up to the terrace bar are three puppets styled after the aesthetic of Mexican votive paintings. These three mariachi musicians and the jaunty background music that mingles jazz and Caribbean melodies, and can be heard from outside the park, stand in completely contrast with the grimy, down-at-heel setting, the junk materials used, bins and heaps of random detritus.

A mural depicting the broken arm of the Statue of Liberty in dingy colours appears to have been dumped in a corner: as well as critiquing America’s capitalist system, it also seems to be an explicit reference to the Greek situation, highlighting the gap between the people and the economy and serving as a reminder of events that are no longer in the media spotlight.

Between the mariachi band and the lake is a sexed-up Punch and Judy show inspired by the crimes of paedophile Jimmy Savile and the best-selling ‘mummy porn’ of E. L. James.

After the food area, there is a little booth distributing ironic children’s toys, a mini-golf course made of junk materials and a Geodome covered in social and political protest posters and placards, putting two fingers up at social media with slogans on everything from Palestine to religions, women, wars and geopolitical power play: a range of uncomfortable truths.

The rickety old Ferris wheel goes round the wrong way, causing faint waves of nausea and a definite sensation of dizziness when it stops at the top to let the other passengers off.

Then you get to one of the most intense and thoughtful installations present, entitled Cruel. There is a queue of about an hour to get into it, but I am entertained by a percussion concert, a sculpture of a killer whale leaping out of a toilet towards a tiny plastic swimming pool through a hoop held by a wetsuit-clad model, and a picnic area whose benches are part of a giant roll of toilet paper. From the queue you also get a view of the side of the castle and the boat floating in the lake, with the sign un-fuck the system beside the image of a table set for a feast, and a library of hand-written political short stories, supermarket best sellers and shelves full of pretend books that are merely drawn there. Cruel is a museum set up in a black camper devoted to the use of design for the purposes of social control. It is curated by Gavin Grindon, lecturer in history of art at the University of Essex, who also curated the exhibition Disobedient Objects at the V&A in London, with the support of Amnesty International. The contents are all fairly horrifying, for me especially the opening section on how the major multinationals use their trendy, innovative façade to control their workers, not to mention how countries deploy technology for law enforcement purposes.

Then there is an arena where you can sit and take in a selection of short films (and maybe a beer!), and a circus tent marked The Sleep of Reason which presents ceramic dishes full of severed fingers, rabbits that look like they have eaten a magician, a sheep in formaldehyde, and cloth sculptures.

At the next attraction you put in a coin to sail a boat on a pond, dodging floating corpses and craft laden with migrants. Cynical? Perhaps, but undoubtedly a reflection on political situations that have been going on for too long, and no less crude than the current public response: a disconcerting, destructive lack of humanity, symptomatic of a total collapse of ethics and solidarity.

Next to the gigantic post-industrial sculpture of two trucks colliding you come to the entrance to the fantasy castle, an omnipresent parody of all theme parks. Inside the castle we see Cinderella’s pumpkin carriage has crashed, and a crowd of paparazzi have jumped off their motorbikes and are snapping away with their dazzling flashlights: how not to think of Princess Diana?!

And while I look back at the distorted, disorienting figure of the little mermaid, I pass by the last few attractions before entering the gallery: a grim-looking caravan that rotates slowly and nauseatingly, a coconut shy where the targets are used spray cans and there are no prizes, balloons bearing the message I am an imbecile, a stand where people can throw ping pong balls at you, a woman being attacked by pigeons, murals inspired by the Greek emperors, a stencil wall drawing, and a carousel with horses that can be ridden, apart from one hanging from a hook beside a satisfied-looking butcher.

Lastly, the gallery: a large space that displays neon messages, balloons floating over knives, tattooed ceramic figurines, extraordinarily beautiful, incredibly irritating photographs, death in a bumper car, a mushroom cloud installation, a greenhouse full of seedlings that are cutouts from junk food packaging, a vending machine with a foetus, and a magnificent, painstakingly precise model of a city full of sirens and flashing blue lights.

So just what is Dismaland?

Some of the sights are laugh-out-loud funny and sarcastic, but as a reaction to something that leaves a bitter taste in one’s mouth. It is an exhibition that captures the way I feel, my exasperation over the stupidity and greed of the human race, its unwillingness to face up to the issues it is involved in, the egotism of its attachment to objects at the cost of losing touch with the more authentic side of life, and the oppression which always seems to end up being inflicted on the same layers of society. All of this is closely bound up with the inevitable smugness often displayed by people like me, who like to think they are somehow above it all, as a way to justify their behaviour. The representations of power created by these artists paints a picture that leaves little room for optimism, but often does so with a wry smile. Yet the slogans and messages we are bombarded with, the images we see, the concepts expressed by the installations and the great show of the superficiality of human life all make us stop and think: it is impossible not to be affected by this extraordinary experience.

As for anyone who thinks Banksy has sold out, whoever or whatever Banksy is – a collective of thinkers? an artist with money looking to branch out? – artists daring to express opinions that follow a logical thread, offer alternative views on compromising political situations like that of Palestine, or take a stance on religions and their power over the people, with a good dose of sophisticated cultural and social references in the mix, are few and far between these days. On an aesthetic and formal level the show is something that will satisfy even the most refined palates, with an element of kitsch that is reminiscent of various famous artists, and that can be interpreted on multiple layers: it is capable of communicating something to all those who see it, not just the inner sanctum of an art establishment that for years has prioritised profit over beauty, research and reflection.

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