Speciale #MZOO15 – Intervista al curatore della #expoZOOne Gabriele Falconi

Il Festival MusicalZOO di Brescia si è concluso domenica sera, 26 luglio. Una nuova edizione, ancora più cresciuta, ancora più matura. La epoZOOne, adibita al contemporaneo e spazio di sperimentazioni, ha preso il volo grazie al rinnovato impegno di Gabriele Falconi, alla sua visione, al suo impegno e alla dedizione per questo progetto battezzato LangenMesser che ha dato un grande valore aggiunto alla ricca offerta musicale.

Di seguito un’intervista a Gabriele Falconi.

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Qual è il concetto alla base dell’installazione nella expoZOOne?

Non un concetto, ma diverse esigenze:  un primigenio richiamo al ponteggio, che diventa marchio di fabbrica; la necessità di una struttura come cabina di regia tecnica; il confrontarsi con la grande scala (quella che mi riesce meglio:grande); la modifica sempre diversa dello spazio assegnato; il ritorno all’installazione spaziale, che era praticamente mancata l’anno scorso e che non si era adeguatamente compiuta con Shanty Town.

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Con quali criteri hai selezionato i progetti presenti? Esiste un fil rouge che unisce tutta la programmazione?

Nessun fil rouge per il palinsesto presentato. Non mi piace pensarlo così.
Tutto è stato programmato per coincidenze, opportunità, anche opportunismi certo, per visioni, per istinto e scelte assolutamente personali (come il Mad Max). Se vuoi, il rumore, inteso dal rombo motociclistico agli aggeggi sonori autocostruiti alla musica da djset, forse quella è l’unica cifra comune che mi sono accorto sia venuta fuori. anche grazie a un impianto audio potente.

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La presenza del suono è dominante nella programmazione della expoZOOne. E’ una disciplina in forte espansione in questo momento. La scelta è stata determinata dall’inserimento in un festival che inizialmente era musicale?

Come detto sopra quando parlavo di rumore: da un certo punto di vista è come dici tu. Ma è del tutto casuale: mi rendo conto a posteriori che spesso le cose che organizziamo in expoZOOne, dall’installazione al programma artistico, parlano la lingua corrente, attuale, globale. E questa è la mia soddisfazione più grande.
Dall’altra parte no, non è necessariamente diretto il legame tra programma sonoro e festival musicale, ma certo non guasta. Personalmente non seguo mode, ma ciò non vuol dire che le cose che facciamo non siano di moda.

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Da quanti anni collabori con MZOO? Cosa è cambiato rispetto alla tua prima esperienza qui?

Sono stato chiamato nel 2011 per occuparmi della parte installativa che iniziava vagamente, ai tempi, ad essere una cosa che mi interessava professionalmente: qualche esperienza sul campo negli USA (Burning Man e lo YAC del Moma PS1) aveva aperto un nuovo orizzonte e dato una certa visione operativa, oltre al fatto che, come architetto, preferisco non tanto fare i disegnini quanto stare in cantiere.

Per i primi anni ho lavorato in completa autarchia, poco connesso con quelli del MZOO. Ideavo il progetto, trovavo il modo di produrlo e lo realizzavo. Sulla carta un processo virtuoso, ma in realtà uno sforzo colossale! Diciamo che il mio carattere rigido è stato accettato nel tempo (oppure si è moderato con gli anni) e nel 2014 sono entrato nell’Associazione, per meriti conseguiti sul campo, proprio mentre MZOO accellerava per un metabolismo diverso, per arrivare a nuovi risultati.
Contestualmente, mi sono preso a carico anche la Direzione Artistica expoZOOne.
Sempre per imposizione, ovvio, ma credo che il cambio di passo sia evidente… e quindi siamo tutti molto contenti.

Recentemente hanno usato la parola demiurgo per descrivere l’attività che svolgo per expoZOOne: mi piace molto, sono di formazione classica. Vorrei rimanere in una dimensione totalizzante: organizzare, architettare e creare senza che vi siano limiti, senza categorie, ma solo poter produrre liberamente stimoli . E’ molto impegnativo però. Per il futuro vedo necessario allestire un dream team expoZOOne e allinearsi con le altre aree del Festival: la visione deve essere sempre più univoca. Appunto: avere visioni, non in senso fantascientifico, ma intravedendo e pur rischiando.

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Che aspettative avevi in merito a questa edizione?

In realtà è sempre un test, c’è ben poco di studiato, la vivo come se fosse una grande performance di 5 giorni: in tonalità molto diverse tra di loro, note basse, note alte, un grande arpeggio.
I progetti presentati sono differenti tra loro, con una trentina di persone implicate nell’organizzazione tra artisti e promoter.
Per l’installazione:
E’ interessante aver ribaltato il set fuori dal prato, che quest’anno diviene arena e non spazio installativo. Funziona bene. Il ledwall utilizzato ha grande potenza; il gioco di tessitura fa invece da contraltare togliendo peso, una forma con poca materia. Funziona anche quello.

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