Speciale #MZOO15 – 6PM Your Local Time

Evento cardine di questa settima edizione di MusicalZOO Festival, il progetto prevedeva il coinvolgimento di diverse realtà dedicate al contemporaneo sparse in tutto il territorio europeo che nello stesso momento, alle 6pm e su quattro fusi orari, hanno inaugurato mostre presso le loro strutture (gallerie, musei, spazi no profit, studi di artisti), le cui immagini son confluite in un grande server temporaneamente situato in un ufficio nell’area allestita di expoZOOne che, a sua volta, le ha trasmesse su un maxischermo durante una soundtrack realizzata live da Tonylight. Domenico Quaranta risponde a qualche domanda sull’innovativa iniziativa proposta.

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Dove nasce l’idea di 6PM Your Local Time Europe? Esiste già un format?

Per un anno e mezzo, dal settembre 2012 al giugno 2014, il Link Art Center ha gestito a Brescia uno spazio che non era altro che un piccolo white cube con un logo sullo sfondo. L’idea era quella di dare vita a un project space che desse uguale importanza al pubblico locale e a quello globale, all’esperienza diretta e a quella mediata del lavoro attraverso la sua circolazione online (attraverso il canale Tumblr) Da qui il logo sullo sfondo, una specie di watermark che, ripulito dalle sue logiche commerciali, vincolasse quelle immagini a quello spazio.

Un giorno, Fabio Paris ha detto: ma perché non liberalizziamo il logo Link Point? In questo modo, il Link Point sarebbe ovunque viene piazzato quel logo, e potrebbe essere simultaneamente in posti differenti. Potremmo organizzare un evento Link Point che succeda contemporaneamente in tutto il mondo. Da questa fulminazione iniziale è nata la piattaforma 6PM Your Local Time. Il nome è cambiato, il logo è cambiato, il progetto è stato ridefinito attraverso un brainstorming continuo, ma lo spirito è rimasto quello: dare vita a una piattaforma online che consenta di organizzare eventi distribuiti su un ampio territorio, e che trovino la loro unità attraverso la rappresentazione in rete.

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Il Link Art Center – in collaborazione con AND, Manchester e Gummy Industries, Brescia – ha dato vita alla piattaforma, ha organizzato un evento pilota nel Regno Unito, e ora questa ambiziosa demo europea – 6PM Your Local Time Europe. Riservandoci di organizzare altri eventi in futuro, ora ci piacerebbe fare un passo indietro e provare a mettere in mano il format ad altri organizzatori, per vedere che risultati potrebbe dare se gestito da altre mani e applicato ad altri territori, come l’America Latina o la Cina.

Ci sono già state esperienze precedenti a quella che ha inaugurato mercoledì a Brescia?

Come accennavo, a novembre 2014 abbiamo fatto un evento in Gran Bretagna, in collaborazione con Abandon Normal Devices (AND), con l’intenzione di presentare il format, testare la piattaforma su un numero esiguo di partecipanti, capire le problematiche relazionali che potevano insorgere con i partecipanti. La sede di Furtherfield Commons a Londra fungeva da centro di coordinamento. Sono stati coinvolti 14 partecipanti tra gallerie, istituzioni e artisti. Il feedback è stato molto positivo: Instagram restituisce 136 post alla ricerca per parola chiave #6pmuk. Con Twitter arriviamo a 453 post, che hanno raggiunto un audience di 160.000 spettatori.

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Quante sono le realtà interessate? Come sono state coinvolte?

#6pmeu ha visto coinvolti alla fine più di un centinaio di partecipanti da  dell’Europa geografica, dal Regno Unito alla Russia e alla Turchia. Per raggiungere questo risultato, c’è stato un lavoro preparatorio preliminare molto impegnativo, in cui abbiamo stilato lunghe liste di potenziali partecipanti, con cui avevamo un contatto diretto, o di cui rispettavamo il lavoro a distanza, pur in assenza di una relazione già avviata. Pur dichiarando l’evento a invito, attraverso la nostra newsletter abbiamo invitato realtà interessate che non erano state contattate direttamente a inviarci proposte, se interessate al formato. Alla fine, come era prevedibile, è stata soprattutto la nostra rete di relazioni personali a darci i feedback più significativi, e gli artisti o le piccole organizzazioni a dimostrare una capacità reattiva e un dinamismo che in molti casi sono mancati alle grandi istituzioni e alle gallerie più established. È sorprendente che, nonostante il format si affidi a mezzi ormai consolidati come i social network e abbia un evidente potenziale in termini di comunicazione, non riesca per ora a entrare nelle corde delle realtà più consolidate, che probabilmente temono l’orizzontalità e la natura collaborativa dell’evento. Ma siamo convinti che sia solo questione di tempo. In ogni caso, l’evento ha visto la partecipazione di realtà consolidate come l’HeK di Basel, il LABoral di Gijon, la Somerset House di Londra, a fianco di gallerie commerciali come XPO Gallery e Galerie Charlot da Parigi, AplusB da Brescia e DAM Gallery da Berlino, organizzazioni no profit e artisti. Questi ultimi si sono rivelati la vera forza motrice del progetto, dando vita a concept che reagivano a quello dell’evento principale, coinvolgendo amici artisti in collettive improvvisate ma di qualità, utilizzando spazi propri o andando alla ricerca di spazi alternativi. Per restare sul territorio, Barbara e Ale (http://www.6pmyourlocaltime.com/participant/barbara-and-ale/) hanno organizzato a Saronno una bellissima personale nel loro giardino, Marco Cadioli si è coordinato con altri 5 artisti per animare lo spazio di WeMake a Milano (http://www.6pmyourlocaltime.com/participant/marco-cadioli-et-al-at-wemake-milan/), e sempre a Milano Elena Radice e Enrico Boccioletti (http://www.6pmyourlocaltime.com/participant/enrico-boccioletti-elena-radice/) hanno colonizzato lo scantinato del condominio dove vivono.

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I numeri sono pazzeschi, le adesioni tantissime, le condivisioni anche. Vi aspettavate questa risposta, questo successo? Possiamo parlare di arte partecipativa?

Il 22 luglio, alle 18.00, il sito è stato letteralmente sommerso di immagini e video (al momento, potete trovare 1520 post taggati #6pmeu su Instagram, e circa 1500 tweet su Twitter), il che l’ha rallentato molto, ma grazie ai nostri partner di Gummy Industries, ora funziona a pieno regime. L’evento ha attratto l’attenzione di 996.000 persone sui social network (senza contare Facebook), e di migliaia di utenti unici sul sito. E l’evento a Brescia ha avuto un grande afflusso di pubblico, grazie a MusicalZOO.

 

Ce lo aspettavamo? Certamente! 6PM Your Local Time si basa su un fattore non scontato e imprevedibile, l’adesione entusiasta dei suoi partecipanti. Nelle due settimane che hanno preceduto l’evento, abbiamo cominciato ad annusarne il profumo su Facebook, dove le pagine evento hanno cominciato a spuntare come funghi, e molti partecipanti si sono messi a reinventare la nostra campagna promozionale.

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Arte partecipativa? Forse. Non pretendiamo che l’evento nel suo complesso sia percepito come un’opera d’arte: l’arte, se c’è, è il contenuto, non il contenitore. Ma è vero che il progetto affonda le sue radici in una serie di progetti curatoriali e artistici che l’hanno preceduto: gli eventi di rete degli anni Settanta e Ottanta, sviluppati dai pionieri dell’arte digitale; le sperimentazioni con i formati espositivi di area concettuale, come la mostra curata da Seth Siegelaub nel 1969, distribuita su due continenti (Stati Uniti e Europa) e che poteva essere fruita nella sua interezza solo attraverso il catalogo (http://www.primaryinformation.org/product/siegelaub-july-august-september-1969-juillet-aout-septembre-1969-juli-august-september-1969/); l’idea provocatoria, tipica del post internet, che la fruizione mediata sia più importante dell’esperienza diretta del lavoro.

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Il mondo digitale è ancora un campo inesplorato per molte persone, ha una velocità pazzesca. Che impatto ha sull’arte?

Difficile dare a questa domanda una risposta breve, e che non suoni o come una celebrazione, o una demonizzazione dei mezzi di comunicazione digitale. Per noi questo impatto è insieme drammatico e graduale, apre possibilità senza precedenti ma introduce anche dei condizionamenti nei confronti dei quali bisogna sviluppare ancora i necessari anticorpi. È così che noi intendiamo il nostro ruolo di organizzazione culturale nell’orizzonte contemporaneo: agire da cuscinetto tra una società e un sistema mediatico sempre più frenetici e una pratica produttiva, quella dell’arte contemporanea, che va al contempo incitata a innovarsi e protetta.

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Il rapporto tra il Link Art Center e MusicalZOO non è alla prima esperienza. Quando avete iniziato a collaborare?

Nel 2012 siamo stati invitati a fare delle proposte per l’attività di expoZOOne, l’area espositiva del festival, dove abbiamo curato un live set (Tonylight + VjVISUALOOP) e uno workshop. L’anno successivo, la collaborazione si è fatta più consistente con la co-produzione di Shanty Town, la grande installazione – progettata dall’architetto Gabriele Falconi che si è confrontata con i temi della decrescita, del degrado urbano, dell’esternalizzazione del lavoro e del riuso creativo, e che ha ospitato lavori di Filippo Minelli e del collettivo IOCOSE. Nel 2014 c’è stata una pausa riempita da Fabio Paris, che in collaborazione con Dario Bonetta ha curato una bella mostra al Piccolo Miglio. Poi, quest’anno, #6pmeu. Che dici, è un matrimonio che funziona?

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