Juan Muñoz umano e troppo umano all’Hangar Bicocca

Per prima cosa, e oggi l’ho detto e ripetuto mille volte, la cosa che colpisce maggiormente chiunque vada spesso all’Hangar Bicocca, è la versatilità dello spazio: a volte sterminato come oggi, altre quasi ridotto come con Diether Roth, altre fluido e scorrevole come con Joan Jonas, e sempre con le torri di Kiefer belle e orgogliose, simbolo della prima vera conquista di questo visionario e meraviglioso luogo dell’arte contemporanea milanese.

Ad accogliere il pubblico, oggi, un allestimento di opere di Juan Muñoz tra cui Double Bind, istallazione che occupò la Turbine Hall della Tate Modern di Londra nel 2001, e altre 14 opere di fama elevata del famoso artista prematuramente scomparso.

Complice sicuramente il fatto che le opere scelte sono sculture rappresentanti la figura umana, l’allestimento offre una visione davvero teatrale e carica di drammaticità: figure umane di dimensioni analoghe e leggermente ridotte rispetto al reale, tutte declinate su colori pastello con netta prevalenza del grigio, tutte rigorosamente senza piedi, alcune addirittura incastrate in corpi deformi e con tratti del viso sfocati. Eppure assolutamente riconoscibili negli atteggiamenti, nelle pose, in una espressività esasperata.

Tutti con gli stessi abiti, tutti glabri.

Ma soprattutto, tutti con quell’inquietante sorriso: stirato, costretto, teso, affatto ironico, molto drammatico.

Da bambina lessi Momo di Michael Ende, un romanzo di genere fantastico che rappresentava una società invasa da uomini grigi che lottano contro il tempo: questi uomini mi tornano in mente quando vedo le creature di Muñoz, forse per il fattore cromatico, anche se queste ultime sono davvero molto più meste, raccolte, compite, non sono uomini arrabbiati, sono l’uomo qualunque.

A volte col viso più definito, sempre piantato per terra, con delle movenze di circostanza anche quando il corpo è un sacco deforme il cui scopo è mantenere la saldezza, l’uomo medio sorride, si relaziona, non si tocca mai con gli altri, è educato e mantiene la distanza, indossa vestiti anonimi, è di colore anonimo, nasconde dentro di sé un pezzetto di malinconia, un retrogusto rassegnato.

L’allestimento offre gruppi di sculture distribuite nello spazio delle navate dell’Hangar Bicocca e il gruppo di 21 figure che compongono Many Times nel cubo, straordinariamente trasformato in uno spazio abbandonato, con una strana scala a chiocciola che ne determina ancora di più l’efficacia.

Una suggestione che attraversa la carriera di un artista dalla produzione complessa e impenetrabile, a volte con figure difficili come nani e funamboli, altre appunto con questa neutralità minimale e disarmante.

Ancora una volta Hangar Bicocca non perde occasione di dimostrarsi eccellenza nell’arte contemporanea in Italia, offrendo una mostra che vanta un primato nazionale e, in questo caso specifico, una scelta che rimette al centro un grande artista con una personale ricca, ben allestita e sorretta da una straordinaria consapevolezza di uno spazio per nulla semplice da organizzare e gestire.

 

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