Fondazione Achille Castiglioni über alles!

Lo studio di Achille Castiglioni in Piazza Castello a Milano non è uno studio magico. È sede della fondazione che ne porta il nome e ha un meraviglioso cortile interno ma, ripeto, non è un luogo magico.

È piuttosto un posto reale, che più vero non si può, dove entriamo e troviamo la sua collaboratrice Antonella, che per anni e anni (mi sembra di aver capito 25) ha lavorato al suo fianco. Fin dall’ingresso si possono notare tutti gli oggetti che costellano questo spazio incredibile, ma contrariamente a quanto si possa immaginare non sono solo prodotti di Achille Castiglioni, non sono sotto teche di vetro. Abbiamo oggetti appartenuti alle collezioni di Catiglioni stesso, o magari anche soltanto utilizzati da lui. Oggetti di lavoro. Portacenere delle fattezze più differenti. Oggetti usati da Castiglioni nella vita di tutti i giorni, o per i progetti, o per dimostrare, o per lavorare, o per studiare. Ci sono tutti, ma proprio tutti, i prototipi della sua carriera. Tutte le sedie nello studio sono diverse e sembrano ripercorrere la storia del novecento nelle sedute più importanti (fratelli Castiglioni, Alvar Alto, Enzo Mari, Mario Botta per dirne alcuni, ma anche dei perfetti sconosciuti). Oggetti copiati dai suoi pezzi (Se copiano vuol dire che il lavoro funziona, pare dicesse spesso qualcosa di simile). O anche solo per la loro bellezza.

A tal proposito Luca Lo Pinto, sotto la direzione di Edoardo Bonaspetti e con la partecipazione di Triennale Design Museum, ha realizzato una mostra che coinvolgesse nomi internazionali di artisti contemporanei in dialogo con Achille Castiglioni e il suo spazio museale, cercando però di realizzare opere non invasive che quasi si mimetizzassero nello studio museo.

Ottimo risultato ottenuto da una scuderia di livello che comprendeva (si perché purtroppo io ho visto la mostra il 9 aprile, due giorni prima che chiudesse) Alek O., Stefano Arienti (che a furia di incrociare le sue opere conoscerò personalmente), Richard Artschwager, Céline Condorelli, Thea Djordjaze, Jason Dodge, Martino Gamper, Max Lamb, Christoph Meier, Olaf Nicolai, Amalia Pica, Lisa Ponti(figlia di Giò Ponti, si esprime con dolcissimi disegni), Charlotte Posenenske, Riccardo Previdi, Emilio Prini, Carol Rama, Mandla Reuter e Patrick Tuttofuoco.

Altra particolarità è che per visitare questa mostra ci si lascia guidare dalle parole della figlia di Castiglioni, Giovanna (ha mostrato anche la lampada che porta il suo nome, ma ha solo accennato a quella che porta il nome della sorella tra il serio e il faceto), energica e divertente, si muove con dimestichezza tra oggetti e stanze, raccontando di Castiglioni, dagli aneddoti alle abitudini, dalle scelte ai progetti, dalle collaborazioni alle idee rivoluzionarie.

Achille Castiglioni era un personaggio travolgente, appassionato, ha segnato la storia del design vivendo quel fermento culturale di Milano che forse non si è più ripetuto, trasmettendo la sua creatività a studenti che hanno avuto il privilegio di averlo come insegnante, coinvolgendo in progetti di ricerca delle aziende che gli diedero piena fiducia, instaurando collaborazioni solide e che perdurano negli anni con quelle stesse aziende che portano avanti orgogliose il suo lavoro.

Tutto questo si respira qui, ascoltando i racconti perché è tutto ricchissimo di storie: Antonella e Giovanna hanno soddisfatto le mie curiosità al di fuori del percorso preparato che spaziavano dai prototipi al formaggio sotto la teca di vetro che Castiglioni utilizzò negli anni cinquanta per una dimostrazione a un esame di architettura, dando scandalo per aver utilizzato un cibo così costoso che sarebbe stato buttato via in periodo di dopoguerra, quando lo spreco era condannato, quando tutti si ricordavano della fame patita.

Molto bella l’idea della mostra, ma questo spazio va visto anche senza, va sostenuto acquistando il merchandising, va vissuto e respirato a fondo, va osservato nei dettagli e forse bisogna passare più volte per goderne appieno, per scoprire un altro pezzetto e sentire un’altra storia: il tempo non sarà mai sufficiente a scoprirle tutte e a capire l’origine o anche solo la funzione di tutto quello che è lì dentro.

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