Le tracce del lavoro e la punta dell’iceberg: Céline Condorelli in Hangar Bicocca

Questo giro c’è un ospite a scrivere un pezzo per Campiture, amico fedele e geloso custode di saperi letterari e giornalistici.

Leonardo Merlini è giornalista, critico letterario, aspirante performer. Lavora a Milano per l’agenzia Askanews e collabora con Minima&Moralia e Internazionale. Insieme a Marianna Albini ha fondato i BeBookers, duo creativo che racconta la letteratura in modi inconsueti. Insieme hanno scritto il saggio Più in forma con Kafka, pubblicato da Chiarelettere.

 

Ci sono tracce di pneumatici sul pavimento, ci sono i battistrada, stesi come pellicole ad asciugare. E intorno a essi il senso di un viaggio che è partito da lontano e che è tuttora in corso. Non è semplice entrare nel mondo di Céline Condorelli, l’artista italo-francese trapiantata a Londra a cui Hangar Bicocca dedica la prima mostra personale in Italia dal titolo bau bau, curata da Andrea Lissoni. Non è semplice perché il lavoro di Condorelli, che qui presenta venti opere tra installazioni, sculture, video e testi, si configura spesso come la punta di un iceberg, un ragionamento plastico sullo spazio e sul modo di occuparlo. E, soprattutto, perché porta con sé un confronto con la società, la storia e il mondo del lavoro che rende molto profondo, dal punto di vista cognitivo – anche solo nel senso della quantità di suggestioni con cui lo spettatore si trova a fare i conti – il rapporto con le opere d’arte.

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Cercando di capire, da profano, il senso di quel percorso collettivo a cui Lissoni e Condorelli hanno voluto dare una forma concreta nell’opera Nerofumo, espressamente concepita per la mostra in questo spazio, ho seguito per una giornata l’artista nella fabbrica Pirelli di Settimo Torinese, dove ha dialogato con operai e tecnici. Lo scopo dichiarato era quello di inserirsi nel processo produttivo, di sfruttare i saperi e l’eccellenza dello stabilimento – bello come un Renzo Piano e innovativo tanto dal punto di vista produttivo quanto da quello dell’idea stessa della fabbrica, così carica di storia in Italia – per realizzare un’opera, sotto forma di pneumatici, che fosse la dimostrazione e la sublimazione del lavoro di tutte queste persone. “La mia richiesta – ha detto Condorelli parlando ai tecnici dell’azienda – era di venire qui alla Pirelli, insieme ad Hangar, per cercare di fare una produzione artistica che fosse una specie di ritratto o riflesso del lavoro cumulativo di tutti voi, quindi, come insieme fate un prodotto finito. (…) Se posso offrire qualcosa come artista – ha aggiunto – sarebbe una lente che guarda tutto quello che normalmente non si vede”.

IMG_8339Una frase che solo apparentemente può sembrare scontata, perché poi nei fatti, l’esito dell’opera, l’oggetto che ne è scaturito, presenta aspetti chiaramente tangibili (i battistrada modificati, le gomme trattate, l’automobile su cui sono state montate), accanto però all’effimero e allo sfuggente, che a me appare essere il vero cuore dell’opera, la sua manifestazione, ossia le tracce di pneumatici su quel pavimento industriale. Vengono in mente i grandi pannelli pavimentali dello studio di Dieter Roth (esposti proprio qui come enormi dipinti astratti nella mostra dedicata al grande artista svizzero e al figlio Björn): anch’essi portatori involontari di una storia più articolata e complessa. Viene in mente la postura strutturalista e il ragionamento sul segno caro a Roland Barthes e ai suoi seguaci, ma nelle mani di Condorelli succede qualcosa di ancora diverso: i segni si sommano e diventano a loro volta una nuova struttura di supporto, che in questo caso possiamo immaginare serva a sostenere la nostra comprensione del mondo. “Nerofumo – ci ha detto l’artista davanti all’opera – lo abbiamo pensato, abbiamo cercato di renderlo possibile da più di un anno ed è diventato una cosa, una forma da pochi giorni. Per me è ancora il ritratto di un viaggio nel tempo, di un viaggio sociale, di trasformazione della materia. So che è diventato una scultura, ma ancora non la vedo bene”.

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Anche il resto della mostra vive, si muove, rispettando cicli giorno-notte, ricostruisce storie di materie prime (gomma e cotone), si diffonde al di fuori degli spazi ufficiali, si apre alla città che cambia, attiva una strategia che ci spinge a mettere in discussione la nostra stessa relazione con l’esterno. In qualche modo ci consente di vederci, all’interno di questo spazio reinventato, come delle strutture di supporto di noi stessi.IMG_8348

“E’ la prima volta che vedo il mio lavoro nel suo insieme – ha concluso Céline Condorelli con gli occhi chee brillano – diversi corpi di lavoro che dialogano insieme. E’ una sensazione piuttosto strana, perché è come vedere una parte abbastanza importante della IMG_8346mia vita davanti a me, ma anche che non mi appartiene, perché oggi è il giorno in cui la mostra diventa pubblica e non è più mia”.

Non sappiamo se diventerà nostra, ma la possibilità esiste, ed è piuttosto interessante.