La natura di Joan Jonas

Ci sono degli aspetti nell’arte che lasciano uno spazio speciale per chi ha la fortuna di essere in contatto con essa: le opere d’arte sono un medium, o perlomeno dovrebbero esserlo, tra il mondo di un artista e il mondo reale, un percorso a volte doloroso, a volte incantato, a volte solo estetico che dovrebbe essere un tramite sensazionale tra la nostra visione della vita e quella che un artista possiede.

Joan Jonas è un’artista che ha segnato la storia contemporanea, sicuramente, soprattutto va segnalato a chi crede che la madrina assoluta della performance sia Marina Abramovic. Il tipo di performance proposta dalla Jonas ha un uso strumentale dell’essere umano, non è una sfida ai limiti corporei, ma è un continuo dialogo sopra le righe, direi teatrale.

Le performance di questa sorprendente artista americana hanno sempre coinvolto anche altre forme espressive oltre al corpo umano, a volte hanno echi quasi barocchi per la quantità enorme di oggetti e colori e mezzi espressivi che coinvolgono, soprattutto vengono completate e integrate dalle riproduzioni video e dalle immagini fotografiche.

Hangar Bicocca ancora una volta, grazie alle suggestioni di Vicente Todolì e alla curatela di Andrea Lissoni, ci offre una panoramica piuttosto completa di molte tra le più importanti opere di Joan Jonas (dieci istallazioni e nove video monocanale) oltre all’opera site specific Beautiful Dog, una rassegna mai vista prima in Europa e di cui lei, in sede inaugurale, parla con estremo entusiasmo.

L’aspetto maggiormente criticabile è la densità dell’esposizione: l’apporto video è davvero importante e nonostante si venga catapultati in un vero e proprio mondo fantastico, spesso lo sforzo richiesto per poter fruire di tutte le immagini è davvero grande e il rischio di non godere appieno di tutto è alto (pensiamo soprattutto al solito spettatore non avvezzo all’arte, quello che a me sta tanto a cuore e rischiamo spesso di perdere per strada…).

Tolto questo dettaglio, la parte che mi ha davvero impressionata vedendo la complessiva (e complessa) opera di Joan Jonas è il suo rapporto con la natura: dopo molto tempo, mi sono ritrovata a camminare nel mezzo di una personale che non era autoreferenziale e compiacente come ce n’è a bizzeffe, ma un percorso in cui l’essere umano e il suo individualismo lasciano lo spazio fisico e mentale a una natura autentica, prorompente e libera, fatta di colori, riflessi, vegetazioni e soprattutto animali davvero favolosi e così forti da farne sentire i profumi e la densità. Ovviamente non solo questo, ma l’uso della luce così dirompente e così pura diventano un ulteriore passaggio nel capire il ruolo dell’essere umano nella sua poetica: un attore per lo più, con il compito quindi di interpretare, rappresentare (l’artista attinge anche dalle tradizioni teatrali orientali) ed essere in relazione simbolica strettissima con la vita. Non ci troviamo di fronte a delle opere che diventano un altro passaggio di affermazione dell’io artistico e basta, Joan Jonas ha l’aria di una donna che si diverte, che riflette, che ama molto i cani, che racconta volentieri le sue stanze, che gioca con i riflessi del cristallo come si faceva da bambini, che si traveste, che quando pensa al ruolo dell’uomo lo mette su un palcoscenico, lo fa vestire in modo bizzarro, lo lascia libero di esprimersi.

La mostra è visitabile sino al 1 febbraio 2015, vale la pena.

 

 

 

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