Melina e le tre generazioni: il mondo di Valia Barriello

 

Ho conosciuto Valia Barriello a Demanio Marittimo Km 278, evento di cui ho scritto lo scorso anno e questo proprio su questo blog perché sono stata in entrambi i casi ospite. Valia è una donna intelligente, dolce e simpatica, ci siamo piaciute subito e ci siamo raccontate un po’ di cose. Tra ci anche Melina, la sua ultima creazione di cui, tra le altre cose, ci parla anche in questa intervista.

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Raccontaci qualcosa di te: che studi hai fatto? Di cosa ti occupi?

Ho studiato Architettura presso il Politecnico di Milano e durante l’ultimo anno il corso di interni del Prof. Beppe Finessi mi ha aperto gli occhi su un mondo a me, fino ad allora, sconosciuto: quello del design. Dopo la laurea ho iniziato a collaborare con uno studio di architettura milanese, ma dopo qualche anno ho deciso di specializzarmi e mi sono iscritta a un PhD in design presso la facoltà di Genova. Per tre anni, mentre continuavo a collaborare con diversi studi di architettura, ho portato avanti una tesi di ricerca sul design democratico.

Sempre negli anni del dottorato ho iniziato a scrivere per diverse testate di settore.

Lo scorso anno ho curato la mostra Recupero. Artwo fuori e dentro le mura presso la Triennale di Milano, una selezione di oggetti nati dalla collaborazione tra il carcere di Rebibbia e i designer.

Attualmente mi occupo sia di architettura che di design.

01-Melina by Valia Barriello-Photo Sebastiano Tonelli

Hai anche un’importante collaborazione con Artribune nella sezione Design, come la vivi?

Curo la rubrica di design per Artribune dalla sua fondazione. Anche se scrivere non è la mia attività principale, negli anni è diventata a tutti gli effetti una professione. Mi appassiona poter scoprire, seguire e raccontare le storie e i lavori di altri designer, mi permette di essere sempre aggiornata e di entrare in contatto con diverse persone con cui sono nate alle volte anche delle sinergie e collaborazioni.

 

Quale città ora, secondo te, è davvero stimolante da vivere per un designer? Puoi anche fare un distinguo Italia/fuori Italia.

In Italia Milano mantiene ancora il suo primato come fulcro del design italiano, vuoi per il Salone del Mobile, che raduna una volta l’anno tutte le eccellenze del design nazionale e internazionale, vuoi per molte aziende brianzole che rendono questo territorio ancora ricco di manifattura. Ma sono molte le realtà del made in Italy, ovvero le piccole aziende a stampo ancora artigianale, che stanno contribuendo a creare dei piccoli nuclei in tutta la penisola.

Non avendo mai lavorato all’estero non posso fare un distinguo tra i diversi paesi, ma posso dire che quella che mi affascina maggiormente è la scena olandese.

Per un designer indipendentemente da quale sia la sua residenza fissa è molto importante viaggiare perché dalla conoscenza e contaminazione di culture differenti possono nascere progetti con una marcia in più.

02-Melina by Valia Barriello-Photo Sebastiano Tonelli

03-Melina by Valia Barriello-Photo Sebastiano Tonelli04-Melina by Valia Barriello-Photo Sebastiano TonelliLa tua casa contiene molti pezzi di design? A quali sei più affezionata? Cosa non va mai trascurato in una casa?

Il mio appartamento, come credo molte case, contiene un bel mix di design che va dal design anonimo come il vecchio telefono in bachelite grigio topo, a pezzi iconici del design italiano come la lampada Falkland di Bruno Munari, passando ad oggetti contemporanei come la radio di Ionna Vautrin fino a componenti seriali di design democratico come i tavolini Ikea. Non c’è un oggetto che preferisco sugli altri perché ognuno di loro ha la sua storia, qualcuno mi è stato regalato, qualcun altro è il souvenir di un viaggio, altri ancora sono stati a lungo cercati e finalmente acquistati.

In una casa, parlando da progettista potrei dirti che non va mai trascurata la luce, la capienza degli spazi o la sostenibilità degli impianti, ma sostanzialmente credo che vada messo al primo posto il comfort di ogni singola stanza quella sensazione di accoglienza che ci fa esclamare “sono a casa”.

 

Il tuo nuovo progetto Melina, che hai presentato a Source a Firenze, come è nato?

Avevo il progetto di Melina nel cassetto almeno da un anno, quando Roberto Rubini, il curatore di Source-Self Made Design, mi ha chiamata per invitarmi a partecipare alla manifestazione fiorentina e ho pensato che fosse il pretesto giusto per realizzarlo. Melina a Source si è trovata completamente a suo agio in compagnia di una buona selezione di autoproduzioni italiane. L’idea di Melina è nata per tenere viva l’usanza di tramandare, di generazione in generazione, i giochi. Quando ho osservato la figlia di un’amica preferire un tovagliolo, da me piegato, al suo ultimo modello di Barbie ho capito che in quel semplice gesto i più piccoli intravvedono una magia. Ho studiato allora come modificare forma e pieghe per renderlo un prodotto con due funzioni. È nata così una tovaglietta per la prima colazione che opportunamente piegata può essere anche utilizzata come bambola. Il progetto grafico ha fatto sì che una volta piegata la tovaglietta sembri a tutti gli effetti una bambolina.

Questo gioco è stato tramandato da mia nonna, che si chiamava Melina, a mia madre e da mia madre a me.

Altre cosine, magari anche un po’ segretine, che hai in programma?

Per ora tutto top secret, sicuramente riguarderà ancora il design.

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