MARINA – OBSESSION – Racconto di un pomeriggio nelle stanze della quiete

 

Questo pezzo è stato scritto da Chloé Dall’Olio (Brescia, 1988), che sta portando avanti la sua ricerca nella città di Londra da un anno a questa parte. Durante gli studi universitari sul management dell’arte prosegue anche la sua personale ricerca teatrale. Interessata all’arte come dialogo e produzione di conoscenza, dedica la sua tesi di laurea alla figura di Hans Ulrich Obrist. Lavora in fiere internazionali e ha appena concluso dei percorsi nella sezione didattica della Saatchi Gallery.

 

Innanzitutto, lasciate ogni gingillo oh voi ch’entrate. La storia prende luogo alla Serpentine Gallery di Londra dove sappiamo che Marina Abramovic, la nonna della performance art – anche se lei non ama essere chiamata così –  è lì tutto il giorno, dalle dieci alle sei, ad accogliere il pubblico con una performance unica, sul niente e sul silenzio.

Per la performance 512 Hours laAbramovic ha deciso, insieme ai direttori Hans Ulrich Obrist e Julia Peyton-Jones, di essere ancora più minimal ed eliminare anche tavolo e sedie. Di togliere tutto, anche il suono, anche il senso del tempo.

Arrivo alla Serpentine, una domenica pomeriggio ore sedici, e mi viene chiesto di riporre nell’armadietto tutto ciò che ho. Borsa, cellulare, computer, orologio. Fare foto e avere idea di che ore siano non è permesso.

Al secondo ingresso lo spazio è tripartito, la sala più grande è nel mezzo, munita di pedana in legno concentrica, alla destra un’altra sala total white con sedie di legno e delle cuffie, e alla sinistra un’altra stanza bianca, abitata da persone lentissime.

Marina4

Marina non si vede. Una delle guide vestite di nero mi prende lentamente per mano e cammina con me verso la pedana. Mi fa salire e mi chiede di chiudere gli occhi e respirare. Dopo qualche minuto passato accanto a me, sempre tenendomi la mano, mi sussurra Stay as long as you can, as long as you want, dicendomi di resistere senza far nulla, solo respirando e rimanendo concentrata. Sembra una consegna facile, ma non lo era affatto.

Dopo alcuni minuti mi sono però stufata, e senza voler affrontare i miei pensieri su impegni vari, decido di schiudere gli occhi e di scendere dalla pedana.

Marina2

Nello scendere alzo lo sguardo e con la coda dell’occhio la vedo: una bellissima settantenne vestita di nero, con camicia bianca e lunga treccia nera, rossetto rosato e una pelle luminosissima.

Stava invitando un signore appoggiato al muro ad accedere alla stanza sulla destra, quella delle cuffie. La guardo tipo la Madonna, ma per fortuna me ne accorgo e smetto.

Speravo che invitasse anche me. Speravo di attirare la sua attenzione. Ma è come se lei lo capisse e per dispetto lo evitasse. Attendo ancora per tot minuti e mi reco  autonomamente nella sala delle cuffie. Silenzio e occhi chiusi, concentrazione e isolamento. Le cuffie sono isolanti e non si sente assolutamente nulla: strano in una città caotica e rumorosa come Londra, in una galleria nel bel mezzo dei Kensington Gardens, aver l’occasione per non sentire più niente di niente.

Dopo una mezz’oretta mi stufo di nuovo, tolgo le cuffie e torno lentamente nella stanza centrale. Rimirando i resistenti sulla pedana, come se fossero loro i performer.

Lo stesso assistente di prima mi vede, mi prende ancora per mano e mi invita a provare la terza stanza.

Diverse persone camminano a Velocità 1. Noi partiamo dal lato di una delle pareti e cominciamo la camminata. Concentrati e cerca di camminare nel modo più lento che puoi mi sussurra, e così si parte. Dopo qualche passo mano nella mano mi lascia a me stessa. Io cammino, lentamente, muscolo dopo muscolo, fissando un punto nello spazio, cercando di evitare le persone – ancora performer – che camminano nella mia direzione. Respiro, concentrazione, abbagliante luminosità.

Marina3

Marina appare ancora. Mi illudo mi stia venendo incontro. Fa una rapida scansione dei miei movimenti ma tutto sembra andare bene quindi subito lascia la sala. Completo la lunga camminata, in entrambe le direzioni, e torno nella stanza principale.

Osservo di nuovo la situazione, chi sale e chi scende dalla pedana, i nuovi arrivati e chi è lì da un po’.

Marina riappare.

La guardo e questa volta le faccio il sorriso più grande che posso. Mi guarda.

O la va o la spacca. Questa volta mi nota.

Cammina verso di me, e mi sorride. Mi raggiunge, mantenendo quel sorriso materno e cosciente. Io le farfuglio qualcosa, lei silenziosamente mi invita sulla pedana. Mi accompagna, si mette al mio fianco e posa la mano al centro della mia schiena. Leggera pressione, occhi chiusi. Respiro. Questa volta sono rilassata. Preme e tiene la mano qualche secondo, poi la toglie. Posso rimanere quanto posso e quanto voglio. E questa volta ci provo sul serio. Questa volta tengo gli occhi chiusi più a lungo, mi concentro, respiro, ancora più intensamente di prima. Il tempo passa e c’è una strana energia nella stanza. Non saprei identificarla però. Il tempo passa ancora, si sentono dei passi, e ogni tanto apro gli occhi leggermente per sbirciare il movimento. Attorno a me si fa più affollato.

Finché Thank you, is everything for today.

Marina5

 

Apriamo tutti gli occhi. Le diciotto. Sono stata dentro due ore. Eravamo tutti sulla pedana. Ci avevano raggruppati e ci siamo risvegliati tutti insieme. Era tutto finito.

Controllo del corpo e della mente. Aumento della consapevolezza fisica e mentale. Tempo ed esperienza diretta all’interno di un contesto e di un ambiente sintetizzato ai minimi termini. Lo spettatore cessa di essere solamente voyeur e diviene performer. Trovare il proprio centro, usare il proprio corpo come strumento di lavoro. Ascoltare se stessi. Prendere il proprio tempo per ascoltare il silenzio. Soprattutto aspettare, fare la fila, spogliarsi di tutto, passare due ore rincorrendo quello sguardo. Attendere all’interno di una performance senza uno schema fisso, senza sapere se riuscirai ad interagire con lei, nonostante cammini a venti centimetri di distanza da te.

Vale la pena andare? Se ci si aspettano scintille, lacrime, e la possibilità di utilizzare oggetti sul suo corpo si è sulla strada sbagliata. Ma se un pomeriggio pensate sia arrivato il momento di prendere il vostro tempo, riflettere su voi stessi e sulla vostra presenza fisica nello spazio, rendervi conto dei vostri limiti e magari incontrare Marina, allora forse potrebbe valerne la pena.

Tutti agli armadietti, ci si rimette l’orologio, si controlla il telefono e si va verso l’uscita. Arrivo alla porta un po’ distratta, alzo la testa e ancora lei, sorridente, mi stringe la mano Thank you, goodbye. Ricambio scossa ma contenta. Stringe la mano a tutti e li saluta, come una padrona di casa che dopo una cena chiude il salotto e augura la buona notte.

 

Marina 7

 

Be first to comment

Rispondi