030_2.0 Arte da Brescia: riscoprire i giovani talenti

Ci sono tante persone che mi fermano per strada e mi chiedono cosa ne penso dello scenario artistico bresciano e del fatto che è una città in fermento. Normalmente sono nota per essere scettica e dissacrante, per vedere solo il lato industriale di una città come Brescia che per secoli si è dimenticata di cosa fosse l’arte e spesso dimenticandosi di valorizzare un patrimonio storico pittorico che i musei internazionali custodirebbero con le dovute cautele.

Per cui, per una volta, cerco di mettere da parte quella che i superficiali chiamano acidità e hop hop faccio la salita del castello (dal lato di via San Faustino, più ripida e più breve). La scusa è il Musical Zoo Festival, ricorrenza quasi prettamente musicale che negli anni sta assumendo rilevo e qualità con una velocità sorprendente.

All’interno di questa manifestazione, che sta diversificando l’offerta per attrarre sempre un maggior numero di persone, Fabio Paris, pioniere italiano, ma oserei dire europeo, della ricerca nel campo della net art, e Dario Bonetta, giovane gallerista bresciano, hanno allestito in un Piccolo Miglio, che sembra davvero un museo, una mostra, che sembra davvero una mostra. L’allestimento 030_2.0 Arte da Brescia ripete un’operazione che Paris fece nel 2003 con Francesco Tedeschi e che offrì una selezione di venti artisti del territorio bresciano poi affermatisi a livello internazionale. Anche quest’anno gli artisti sono venti e tutti nativi bresciani.

Ci sono alcuni progetti che a mio avviso sono degni di menzione. Il progetto In times of peace di IOCOSE  offre un numero ridotto di autoscatti fatti da un drone e si inserisce all’interno di un’operazione molto più ampia, ancora in progress, ma la selezione di fotografie proposta è già un delizioso assaggio di quella che è la prospettiva in essere, sia a livello sociologico che estetico. Insieme a Tonylight (Antonio Cavadini) e Francesco Fonassi, Iocose è tra gli artisti che rappresentano la ricerca tecnologica applicata alle arti esposti in questa collettiva nel modo più diretto e hacker possibile.

Non male la Memories of a cut-off hand di Giorgio Guidi, altra giovane promessa bresciana, una Madonna di eco balcanico, dissacrante e apotropaica quasi, forse un’operazione liquidata un po’ velocemente e che avrebbe potuto acquisire un maggior spessore, di sicuro efficace all’interno di questa selezione.

Filippo Minelli ha presentato per la prima volta il lavoro Geometry of silence fresco fresco di Corea che prosegue la sua ricerca sul silenzio e sugli spazi riempiti dal silenzio stesso, dai vuoti riempiti col rumore e dei vuoti che restano vuoti. Una fotografia ritrae un’istallazione costruita in Corea durante la residenza di Minelli che riassume questa prima parte della sua ricerca.

Marta Roberti ci offre un’opera dotata di uno straordinario virtuosismo tecnico, Selva Romana, ovvero un wallpaper composto da diverse incisioni realizzate sulla carta ricalcante in grafite, che allo stesso tempo è una delizia estetica: la sua rappresentazione di Roma, città che ha scelto per vivere, è davvero eloquente perché strettamente critica nei confronti di una grandiosa memoria storica che non sa come gestire.

Un altro dei masterpiece di questa selezione è K2 (Meteorite) di Daniele Salvalai, una rappresentazione in scala della cima della famosa montagna asiatica su cui sono morti il maggior numero di aplinisti, realizzata mediante l’assemblaggio di parti geometriche in ferro. Di grande suggestione e impatto emotivo, riempie lo spazio in modo insistente e costringe a vedere la riflessione che ci sta dietro.

Infine faccio segnalo NoiSeGroup, collettivo bresciano di tre artisti, che propone Help, opera sicuramente più debole rispetto alle altre menzionate, che rappresenta uno studio che viene portato avanti dal gruppo da diverso tempo a cavallo tra la semiotica e la critica nei confronti delle zone fortemente inquinate del nostro territorio.

L’operazione è soddisfacente, raramente mi capita di trovare una qualità media così alta nelle mostre bresciane di arte contemporanea, specialmente quando vanno a occupare spazi pubblici.

Forse l’esperienza e l’audacia di Fabio Paris, unite all’entusiasmo di Dario Bonetta formano un’accoppiata vincente.

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