Oltre la linea secondo Mastrovito

Il problema è che parlare di poesia in un articolo sull’arte contemporanea forse non ha più senso. Ma il problema è che parlare della mostra che Andrea Mastrovito inaugura alla Gamec di Bergamo in data 11 marzo pv implica necessariamente l’uso di questa parola.
Ma andiamo per gradi.
20140310-205541.jpgIl progetto iniziale di Mastrovito doveva essere molto più audace, comprendere oltre ai lavori alla Gamec anche l’istallazione in una chiesa in centro alla città e un altro lavoro nella piazza del Villaggio Sposi, entrambi progetti conquistati con fatica e merito grazie a concorsi e situazioni in cui il suo indiscusso talento ha avuto il giusto riconoscimento.
Mastrovito è un personaggio molto particolare, grande tifoso dell’Atalanta per cui nell’arco di diversi anni ha frequentato la tifoseria ed ex metallaro. Forse non ex, tra l’altro. Il tutto con una vita abbastanza regolata, senza alcol e senza fumo.
Andrea Mastrovito è uno di quei soggetti che non passano inosservati, uno di quelli che vince una residenza a New York e dopo poco conquista una delle curatrici del Drawing Center per fare una mostra e allo stesso tempo progettare una performance e istallazione in un playground dimenticato da dio nella Brooklyn emergente, a Bushwick.
Mastrovito è uno che trascina, un figlio degli anni novanta (infatti scrivo questo pezzo ascoltando non casualmente i Faith No More) uno che dice di no perché punta a uno standard qualitativo alto, uno che pensa in grande ma che arriva a tutti con il suo linguaggio e la sua ricerca, uno per cui l’arte rispecchia qualcosa che accade da qualche parte, dentro o fuori alle persone.
Torniamo alla Gamec e a questa mostra fortemente voluta dai curatori Stefano Raimondi e Sara Fumagalli che hanno sempre visto in questo artista quell’innegabile marcia in più che possiede.20140310-205606.jpg
Ho avuto la fortuna di entrare in contatto con Andrea Mastrovito durante una cena bergamasca, per poi sentirci anche durante le sue permanenze americane, avere un suo prezioso contributo su questo blog e avere il permesso speciale di sbirciare l’allestimento di At the end of the line alla Gamec di Bergamo la scorsa settimana: il virtusismo tecnico dell’artista ha ancora una volta sposato la sua visione e ci offre una dolce interpretazione del cosasuccededopo, per usare una grafica che ricorda gli hashtag di Twitter. Ci offre un lavoro meticoloso che lo ha visto cambiare, relazionarsi con quel confine tra vita e morte che la nostra quotidianità spesso ci fa dimenticare, che lo ha fatto mettere in discussione, che lo ha portato a scontrarsi con i tempi e i modi italiani, proprio ora che si stava abituando a quelli di New York.
Andrea Mastrovito ci offre un pizzico di poesia, come fosse un’oasi in un momento in cui è dura trovarne (siamo usciti dal museo per chiacchierare la scorsa settimana, abbiamo bevuto una cosa in un bar assistendo a un disperato dramma familiare sfociato in pugni e calci e una vetrina rotta), come se fosse una scelta per indagare in merito a uno dei temi più controversi all’uomo: il dopo, il momento in cui la linea viene oltrepassata, il ritorno allo stato brado o naturale, elegantemente risolto da Mastrovito con una grande istallazione a matita. Quella stessa matita che è diventata la sua icona, il suo mezzo privilegiato, la stessa che lo ha condotto nei cimiteri di mezzo mondo, spesso senza autorizzazione, che lo ha messo di fronte al dolore di chi resta. Quella matita che ha disegnato l’anima per farla poi danzare sul filo di un equilibrista.

Da non perdere, fino al 25 maggio.