Talk | Show – Chapter #1

È il 16 gennaio, sono le 17.45 e ha inizio Talk | Show. Non siamo seduti sul divano a guardare David Letterman o nella platea di un teatro nazionale e commerciale, siamo alla Galleria Civica di Modena dove fino al 26 gennaio sono in corso le mostre Macchine per abitare. Fotografie e disegni d’architettura dalla collezione della Galleria Civica di Modena e Gabriele Basilico nella collezione della Galleria Civica di Modena.

Nel progetto ideato da La Rete Art Projects c’è un ciclo di discussioni che vorrebbero muovere delle riflessioni su alcune delle tematiche cruciali connesse ad alcuni aspetti dell’arte contemporanea e la prima mossa, forte delle mostre attualmente in corso, si è focalizzata sul concetto di spazio.

Certo, si potrebbero dire davvero moltissime cose con questo titolo, e invece no! Elena Forin, Claudia Löffelholz e Federica Patti in sala, e dopo un attento studio anche con Julia Draganović dalla Germania, si sono concentrate su alcune esperienze legate al site specifity. Quindi l’incontro aveva il titolo Spazio: luogo, ambiente, progetto e comunità, ed è incominciato con un percorso itinerante tra alcune delle opere esposte dalla collezione: prima uno sguardo a tre fotografie di Luigi Ghirri (Scandiano 1943 – Roncocesi 1992) che immortalano l’architettura urbana, extraurbana e rurale; un secondo momento ci si sposta su Gabriele Basilico (Milano 1944 – 2013) e la sua indagine sulla costruzione e distruzione degli spazi da parte dell’uomo; le fotografie di Naoya Hatakeyama (Iwate 1958) ci offrono un altro tipo di paesaggio urbano che coinvolge lo sviluppo orientale delle grandi città in relazione al passaggio dell’acqua nel mezzo; ultimo step è il progetto di Andreoni_Fortugno (Luca Andreoni, Sesto San Giovanni 1961 e Antonio Fortugno, Novi Ligure 1963) che immortalano un’altra idea di vivere la città.

Nel secondo momento della conversazione Elena Forin parla delle diverse specificità dei progetti artistici a seconda dei luoghi e dei tempi in cui sono stati realizzati: la site specifity, appunto, è quell’elemento determinato dallo spazio non solo fisico, ma anche mentale, dal luogo, dal momento, dai materiali utilizzati. La prima esperienza osservata è quella del progetto The Rain di Roberto De Pol (Mannheim 1977) che si ripropone di creare la situazione della pioggia appunto, con un progetto che è partito nel 2011 e si modifica nel tempo e nello spazio, ma anche nei materiali che compongono l’istallazione: lo spazio non è più solo fisico ma anche i materiali che lo riempiono, la storia che appartiene al luogo, le relazioni instaurate con le persone. Il cambiamento della specifity diventa esplicito con la variazione della didascalia.

Federica Patti prosegue nell’analisi parlando di Hometown | Mutonia prodotto da ZimmerFrei, collettivo di artisti che si inserisce tra il cinema, il teatro, la musica e la performance. Hanno realizzato un film documentario su Mutonia, un insediamento nato nel 1990 a Santarcangelo di Romagna, fondato e abitato dai Mutoid, una comunità nomade basata sul riciclo creativo dei materiali. La persistenza dell’insediamento fino a oggi grazie alla convivenza serena con gli abitanti del paese, nonostante la caratteristica del nomadismo dopo 25 anni sia ormai difficile da individuare.

Isola Art Center, con sede a Milano nel quartiere Isola appunto, è una piattaforma di sperimentazione aperta e dinamica che adotta l’arte come forma di protesta e la protesta come forma d’arte. Anche questo centro ha adottato delle forme partecipative, soprattutto per fare battaglie contro gli stravolgimenti edilizi che il Comune di Milano voleva adottare in quella zona, tutto questo partecipando alla vita del quartiere e assumendone l’identità, sviluppando il senso di appartenenza a un luogo come reazione terapeutica.

Claudia Löffelholz invece illustra due realtà fuori dal suolo italiano. La prima è Het Blauwe Huis (The blue house) di Jeanne van Heeswijk, artista chiamata dal comune di Amsterdam nel 1996 per dare la sua consulenza per il progetto di sviluppo urbano del quartiere Ijburg: da uno studio meticoloso, l’artista ha rilevato la mancanza di un luogo dedicato alla sperimentazione, alle sinergie e alla nascita di idee. Da qui La Casa Blu, quel famoso terzo luogo (i primi due sono casa e lavoro, il terzo è dove succedono cose altre, meglio se relazionali) che coincide con uno spazio comune, un luogo di incontro per gli abitanti identificato in un edificio azzurro costruito al centro, una fucina di idee, di numerosi progetti e collaborazioni per individuare e sopperire alle mancanze e trovare risposte a problemi non previsti ed emersi durante la costruzione del quartiere. Questa modalità di arte pubblica è diventato un modello di istant urbanism.

Conflict Kitchen infine è un’operazione nata da Jon Rubin a Pittsburgh, negli Stati Uniti, che si dedica alla cucina in modo estremamente originale: è un ristorante vero e proprio che offre piatti provenienti da aree geografiche in conflitto con l’America stessa. Ovviamente, l’occasione ha creato un luogo di scambio e di dibattito e le confezioni in cui il cibo viene servito riportano articoli, interviste, approfondimenti e idee: il cibo è un vettore diretto e importante che consente un coinvolgimento diretto delle persone, offre una possibilità concreta di scambio, offre un vero e proprio rapporto paritario.

Prima di dire che il prossimo incontro è ancora in via di definizione, sempre alla Galleria Civica di Modena, sarebbe curioso sapere cosa ne pensano i lettori di CAMpiTURE, se si sentissero liberi di commentare, di esprimere i loro pareri, i loro dubbi.

A quale di queste esperienze prendereste parte se fossero ancora attive tutte? A quale anche solo dare una sbirciatina? Trovate l’arte qui, in questo tipo di attività o no? Quali sono le perplessità?

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