Continenti di questo pianeta

Questo testo è stato scritto da Flavio De Bernardinis (Roma, 1957). Docente di Storia del Cinema presso il Centro Sperimentale di Cinematografia e redattore della rivista Segnocinema, è anche autore, tra i numerosi testi, di “Nanni Moretti” (Il castoro, 2006) e “L’immagine secondo Kubrick” (Lindau, 2008). Il cinema e la fotografia hanno dei punti di contatto e delle connessioni importanti, il cinema è comunque arte. Ospitare un intellettuale della sua portata è un grande onore per CAMpiTURE, piccolo blog dai grandi sogni. Buona lettura.

Non appena entrato nella Ermanno Tedeschi Gallery, a Roma, per visitare la mostra fotografica della giovane Federica Valabrega (30 anni, vive nel mondo, questo qui, in particolare tra New York e Roma), capisco che non sarebbe stata una visita di cortesia. Ma un incontro molto preciso, quasi predestinato.
Il titolo della mostra è Daughters of the King, e pian piano si sposterà a Milano, Torino, Tel Aviv. Attraverso gli scatti fotografici, Valabrega indaga, esplora il ruolo delle ebree ortodosse all’interno delle loro comunità. Non solo Brooklyn, dove Federica abita, ma anche Israele, Francia, Tunisia, Marocco.
Non conosco gli usi e i costumi sottesi alle immagini che vedo sulle pareti della galleria: eppure tutto mi sembra chiaro, evidente, persino familiare. Sono donne, ossia signore, ragazze, bambine, che Federica, nell’arco di tre anni di lavoro, ha conosciuto, accompagnato, vissuto.
Non sto a dire che le Daughters of the King di Federica Valabrega mi appaiano come madri, sorelle, compagne – anche se un poco è proprio così – però non vi è dubbio che i volti, le fisionomie, i portamenti siano come inscritti nella roccia. In quella roccia che tiene insieme i continenti.

Una piattaforma continentale, ecco, questa è la prima, anzi primaria, impressione che ricevo.
Perché sono ebree, forse. Di certo perché sono donne e, almeno secondo l’ebreo newyorchese Stanley Kubrick, restando al suo ultimo film, Eyes Wide Shut, perché le donne sono ciò che tiene insieme quel mondo che il potere maschile, del denaro e del sesso, vuole suddiviso in schiavi e padroni.
L’arte della fotografia ha quasi 200 anni. E’ giovane, non imberbe. Dapprima ancella timida della pittura, poi finestra sul mondo spalancato, quindi specchio dell’interiorità di chi scatta. Oggi, con il digitale, qualcosa che in qualche modo supera, o sta superando, l’ana-logia tra l’immagine e la realtà impressionata, è tendenza affermare che la fotografia è innanzitutto una cosa, una cosa dotata di una propria autonomia: rispetto a tutto ciò che sta nel cuore del fotografo, a tutto quello che sta in faccia all’obiettivo.

Né traccia dell’anima di chi scatta, né impronta dello spirito di chi è scattato. Io non sono certo di condividere appieno questa posizione. Però, di fronte alle foto di Federica Valabrega, che sono per me la piattaforma continentale dell’essere nel mondo, ho ben chiara una “cosa”: queste foto, questi scatti non hanno nulla a che vedere con la dimensione dell’inquadratura.

Non c’è l’operazione di “quadrare il cerchio” attorno a tali momenti delle donne ebree sparse per il mondo. C’è aria dappertutto nelle immagini di Federica Valabrega. Il cerchio è in continua espansione, la base rocciosa dei continenti si allarga, urta e salda, tiene e distingue: in breve, non si tratta più di separare ciò che sta “in campo”, e ciò che resta “fuori campo”.

Il dilemma è ininfluente. La fotografia di Federica Valabrega, come tutta la migliore fotografia oggi, non è sottoposta a un’origine. La fotografia non è la traccia, il segno della propria origine, lo sguardo dell’artista. Lo sguardo dell’artista, per essere davvero sguardo, deve sfuggire all’artista. E la Valbrega lo lascia sfuggire senz’altro.

Se l’immagine-fotografia, poi, volesse rimandare pur sempre a un’origine, ebbene, questa origine di Valabrega è tutto fuorché un inizio. Il fotografo non inizia un bel niente. Lo sguardo non è ciò che fa cominciare il mondo. Il mondo sta già lì, anzi qui, piattaforma solida, rocciosa, ma in continuo movimento

Il pianeta Terra è in diaspora permanente, i continenti vagano, ondeggiano, si spostano.

Le donne di Federica Valabrega sono, ciascuna, un continente che si muove e si sposta.

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 Eccole lì, nell’immagine. In questa isola d’acque, le due donne costituiscono    due latitudini, che eccedono le misure di qualsiasi mappa. Continenti mobili.      Non alla deriva: alla deriva se mai sta il Mondo, mentre il Pianeta tiene duro.      Ecco, le donne di Federica, continenti di questo pianeta, tengono duro, e si      spostano di continuo. Probabilmente, la figura sullo sfondo è sempre la  stessa  donna, che ha camminato nelle acque ed è arrivata laggiù. La fotografia,  infatti, cattura il tempo e lo scolpisce nello spazio. 

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Lo stesso avviene in questa altra immagine.Al posto dell’acqua naturale, c’è un bagno di buio. Una piattaforma di buio. Le tre figure femminili guizzano alla luce. Tre blocchi continentali che muovono la piattaforma. Sono forse la medesima donna? Còlta in tre istanti del movimento della crosta terrestre? E’ possibile. La fotografia di Valabrega ha un’esposizione istantanea e al tempo stesso millenaria: capta la luce che ci fu, e si muove ancora.

E’ importante, tuttavia, lo ripeto, che la fotografia di Federica non indulga in una “estetica dell’origine”. In una parola, non c’è, non accade nessuna nostalgia. Anzi, quello che accade è una prospettiva.

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La sposa è proiettata nel futuro. Il ritratto maschile, molto istituzionale, guarda altrove.  Entrambi però sono la stessa immagine. Il tempo scolpito nello spazio. Che non è un  monumento, ma una prospettiva a venire. Un passaggio. Un attraversamento.

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Se poi guardiamo questa altra sposa, magnifica, ci rendiamo perfettamente conto che un’origine, se c’è, sta davanti, a venire. Attenzione, ripeto, nessuna “inquadratura” sussiste qui. Non c’è cornice che delimita un “fuori”, e un “dentro”. E’ una scultura, piuttosto, E la scultura non ha inquadratura. E tuttavia, a differenza di una scultura, questa di Federica Valabrega è un’ immagine che tiene l’energia e insieme sprigiona, il movimento di una falda inarrestabile del nostro pianeta. La sposa che avanza verso l’obiettivo, ma anche sterza da una parte, e poi sembra per un attimo esitare bloccata, è precisamente un continente che cerca e assesta la densità della terra. Una densità, sì, qualcosa come “il” femminile.

Anzi no, una cosa (sempre una “cosa”, la fotografia contemporanea) che è bello chiamare come si deve: la femminile.

Federica Valabrega non cerca un principio, che rimarrebbe pur sempre al maschile, “il” femminile. La sua fotografia riesce invece a immaginare, mettere in immagine, “la” femminile, che non è appunto un principio, ma una prospettiva.
La deriva, la diaspora dei continenti apre nuove prospettive alla figura del pianeta Terra.

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Eccoli qui, in questa fotografia, belli come sono, i continenti in prospettiva. Quello che dicevo prima, la piattaforma: “la femminile” del pianeta. Tre continenti che si cercano, si distanziano, si assestano, ma solo per ripartire. “La femminile” è quelle radici che Federica Valabrega cerca, trova, perde e poi ritrova una volta ancora. “La femminile” è l’abbandono del principio maschile di origine e destinazione: “la femminile”, infine, è la diaspora senza tragico, e così, nella fotografia, senza incombo del destino. La diaspora come movimento assestante, e tuttavia movimento, della densità continentale del pianeta. “La femminile”, così, è la piattaforma su cui tutti noi scivoliamo, e scivolando, per non cadere di sotto, impariamo a stare in piedi: e camminare.

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Ecco, così. Nella fotografia. Questa ultima, che poi non sarà mai l’ultima. In  piedi. La donna e il bambino, ma di pari grandezza. Sulla piattaforma di quella  crosta che è la terra, come pianeta, già da sempre promessa, e per sempre  affidata. In equilibrio. Ma anche in pace. In quella femminile diaspora che è il  guizzo che dà sigillo alla vita.

 

Come una fotografia.

 

La mostra sarà visitabile nella Ermanno Tedeschi Gallery di Roma fino al 15 gennaio 2014.

 

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