Qualche chiacchiera con Grazia Toderi

Questa chiacchierata con Grazia Toderi (Padova, 1963) nasce in occasione di Sound, l’installazione presentata in città alta a Bergamo come quarto step del progetto Contemporary Locus, a cura di Paola Tognon col supporto di Paola Vischetti e di un’intera e valida squadra di lavoro. L’operazione prevede questa istallazione che venne realizzata dalla Toderi in questo luogo nel 2002, prima della restaurazione del teatro che ha visto molte vicende alternarsi e rappresenta una costante ferita aperta per questa città. Questo infatti rappresenta un grande dono per la città.

CAMpiTURE So che hai fatto diverse esperienze nei teatri proprio intorno all’inizio degli anni 2000

GRAZIA TODERI Ho iniziato nel 1998. Nel primo teatro che ho esplorato stavo lavorando perché ero stata invitata da Virgilio Sieni, il coreografo che quest’anno è direttore della Biennale Danza. È una persona meravigliosa ed è stata un’esperienza fantastica. Mi aveva invitata a fare le scene per Il fiore delle Mille e una Notte, lo spettacolo dedicato a Pasolini, dove c’erano la coreografia, appunto, di Virgilio Sieni, la musica di Battistelli, io facevo le scene e i costumi erano di Prada. Insomma, è stato un lavoro molto bello. Grazie alla frequentazione così diretta del teatro la prima idea sul questo progetto è partita da lì.

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C Il lavoro sugli spazi all’interno delle città è uno studio interessantissimo, colpisce molto vedere in Sound, molto poetico, il dialogo tra passato e presente che è anche la base del progetto Contemporary Locus. Ti chiedo: sono ancora i teatri un luogo vitale, di raccolta delle persone?

GT Io spero di si. Credo comunque che siano stati un luogo importantissimo nel passato, tant’è vero che la gente pagava per costruirli. Questo si chiama Teatro Sociale perché un gruppo di persone decideva di volere questo teatro. Poi sono spazi che sono stati appunto abbandonati. Con l’avvento della televisione e del cinema è successa questa catastrofe. Tra l’altro, se ci si informa su quello che era il teatro del Settecento, si scopre un luogo ancora più vivo di quello che frequentiamo noi oggi. Nel passato la gente interagiva con quello che succedeva, mangiavano nel teatro, era veramente una piazza, il teatro. Quindi la cosa che a me è piaciuta moltissimo in questo progetto era arrivare da un luogo sociale, pubblico, chiuso da mura come il teatro, all’idea della piazza e all’idea, poi, della città. Il teatro è un po’ una piccola rappresentazione anche della città e della cittadinanza, cosa che si è persa negli anni perché non ha più quel ruolo. È molto interessante invece vedere quanto le persone tengano a questi spazi. Sai qual è il problema, secondo me? Non è lo spazio, è la gestione. Un teatro come questo, cosa che sottolineo nelle interviste, è tornato ad essere uno strumento musicale, hanno deciso che sarebbe restato un teatro, non ne è stata cambiata la finalità. A quel punto secondo me è importante che la qualità dentro sia talmente alta e talmente interessante da coinvolgere la gente. Questa è la scommessa in generale della cultura e dell’arte.

C Volevo allacciarmi proprio a questo discorso sull’arte. Vado anche io a caccia di spazi per operazioni culturali, dismessi, luoghi di lavoro in particolare, per riuscire a far dialogare il mondo dell’arte con quella che è la quotidianità delle persone perché spesso c’è un gap enorme tra l’arte, ancora accostata ai salotti, e la vita.

GT C’è anche un altro problema. Tu hai ragione, da una parte c’era questa scissione con la gente perché l’arte era troppo in alto e irraggiungibile. Adesso però sta diventando il contrario. Se si fa un museo non è una palestra, è un museo. Non voglio fare nomi di casi specifici italiani che sappiamo, però se è un museo io voglio che sia tale e che l’arte proposta sia al massimo. Non ci si può adeguare alla gente, abbassando lo standard. Volevo fare lo stesso esempio anche per il teatro: mi han detto che questo luogo è dislocato rispetto alla città bassa, che è un problema per la gente, ma un teatro non deve necessariamente vivere su una città, può vivere sull’Italia, su una regione. L’ambizione non è quella della città, per la cultura, o del quartiere, l’ambizione secondo me dovrebbe essere il mondo. La cultura oggi, come la musica in un teatro come questo, deve far venire una persona dal Texas, questa per me è la scommessa perché vuol dire che c’è una qualità tale che una persona dal Texas pensi di andare a Bergamo. A Pesaro succede con il Rossini festival, arriva gente da tutto il mondo. Se a un certo punto si raggiungesse un livello qualitativamente alto la gente secondo me verrebbe. L’errore è il contrario, è continuare ad abbassare lo standard per avere pubblico a tutti i costi.

C In questo momento vengono deprezzate anche le persone che lavorano nell’arte e chi ha la necessità di percepire una retribuzione commisurata alla sua esperienza e alla sua competenza si rifiuta di lavorare, si abbassa la qualità anche nello staff.

GT Si finisce con l’abbandono di teatri, musei, tutto quanto. La gente però ha bisogno di cultura: agli Uffizi è pieno, al Louvre è pieno. La gente vuole la cultura, c’è questa necessità primaria dell’uomo e bisogna mantenerla viva. Per me la politica sbagliata che si sta facendo è quella di pensare che per i grandi numeri si può fare qualsiasi cosa. La Tate ha milioni di visitatori, ma non si abbassa: per prima cosa è partita da una super collezione, quindi è partita dall’opera d’arte, acquistando e spendendo per le opere d’arte. Avendone tante ha deciso di diventare un museo e si è successivamente ingrandita per dare spazio al contemporaneo. È salita in qualità e l’audience è stato di conseguenza. Non ha abbassato la qualità e non ha mai cercato di fare pubblico senza avere le opere. La funzione del museo è quella di avere delle opere.

C Magari si trovano anche architetture accattivanti e non funzionali all’esposizione

GT Certo, viene persa la funzione primaria e sociale del museo.

C Tornando al lavoro che ripresenti oggi, Sound, all’interno dell’istallazione ci sono sette luci: il numero sette è casuale?

GT Sono le note musicali. Quando sono entrata in questo museo-teatro, la prima cosa di cui mi accorsi è che non aveva più la voce: è un grande strumento musicale, di legno tra l’altro, e il legno si sentiva molto perché era rimasto solo lo scheletro proprio in legno. Però senza voce. Ho aggiunto questa nota, il la, il suono che si sente e che ho pensato di tenere senza tempo, come fosse un suono infinito. Ho inserito anche queste sette luci, che per me sono, appunto, come le sette note musicali: ho sempre immaginato lo spazio, il disegno del teatro, come un pentagramma, e pensavo che questa scansione interna quasi ripetesse una scansione del tempo che troviamo anche nello spartito. È strano. C’è questa divisione per battute. Anche per questo ho voluto segnare queste sette note musicali come sette punti di luce che hanno una loro intermittenza, che diventano un riferimento.

C Come le sette stelle che diventano riferimento per i viaggiatori

GT Assolutamente

C Credo che tu abbia il dono sorprendente di riuscire, attraverso dei particolari apparentemente molto semplici, a dare l’anima alle cose, ai luoghi. Credo che sia la base del lavoro d’arte.

GT Per me si. Io ormai so che faccio un esercizio di concentrazione su una situazione per cui cerco di eliminare tutto quello che potrebbe essere superfluo. Tant’è vero che anche questo è un lavoro semplicissimo.

C Un lavoro sulla riduzione per esaltare quella che è l’anima di un luogo, ad esempio

GT Si per me è importante tirar fuori questa cosa, è fondamentale

C Sempre più spesso si vedono artisti esprimersi attraverso il video, ma questi video sono estremamente ridondanti e spesso sono molto faticosi per il fruitore.

GT Hanno molto rapporto con il cinema, a volte, ma a mio parere l’opera d’arte non è cinema. Con questo non voglio dire che ci sia una categoria di serie A. Però sono linguaggi differenti. Il cinema è un linguaggio che ha un montaggio, una qualità della pellicola, una qualità dell’immagine, è un linguaggio dove io entro a una certa ora ed esco. Implica una trama, sono seduta e guardo uno schermo. Da quando ho iniziato a fare video ho sempre pensato che l’opera d’arte dovesse essere vista in qualsiasi momento: l’idea del loop, che per me esiste dal 1993 quando ho fatto la prima Biennale di Venezia, consente alle persone di entrare e vedere, o avere la sensazione di vedere, sempre la stessa immagine. Il tempo di fruizione dell’opera d’arte è diverso da quello del cinema. Nell’opera d’arte si può arrivare in qualsiasi momento, lei è lì che aspetta, si può andare via quando si desidera, è una scelta. Si può decidere di stare cinque minuti, un’ora, tutta la vita di fronte a quel quadro, è una scelta personale. Invece il cinema ha una durata, è un racconto. Alcuni artisti in realtà sono più, non so come dire (sorride)

C Hanno più un’ispirazione registica, cinematografica.

GT Si. O perlomeno se fossero in un circuito cinematografico sarebbero più adatti (ride)

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