New York secondo Andrea Mastrovito parte I

Sono a New York, davanti al MoMA.
Per entrare al MoMA senza pagare ci sono quattro opzioni:
– una è chiaramente illegale, ovvero basta stamparsi una finta tessera di un finto giornale, plastificarla e mostrarla all’ingresso spacciandosi per giornalisti;
– la seconda è meno dichiaratamente illegale: il biglietto non è cedibile, ma se vi presentate all’uscita del MoMA e attaccate bottone con qualche europeo (NON americano, mi raccomando gli americani sono ligi alle regole) appena uscito dalla visita al museo potete cominciare a raccontargli che bla bla e bla l’arte deve essere per tutti e bla bla e poi bla e se è un turista gli date le seguenti dritte ovvero che l’ingresso al Metropolitan è a offerta libera e non costa venti dollari come segnalato all’ingresso o che il gabbiotto degli Halal Guys davanti al MoMA produce il migliore chicken over rice dell’intero Occidente a soli 5 dollari etc etc. A quel punto gli dite: dai dammi il biglietto che tanto a te non serve più;
– la terza opzione è semi-gratuita, se siete artisti: portate un catalogo del vostro lavoro al front desk per dimostrare che lavorate come artisti riconosciuti, gli sganciate cinquanta dollari ed avete accesso gratuito al museo per un anno. Ok non è gratis ma c’è anche da calcolare che potete portare fino a 5 amici ogni volta i quali pagheranno solo 5 dollari a testa e a quel punto con quel che risparmiano vi fate obbligatoriamente offrire la cena.
– la quarta è la più semplice ed è entrarci il venerdì pomeriggio dalle 16 alle 20, è gratis per tutti.

L’ultima soluzione è quella per cui opto oggi, dato che è venerdì e accompagno due nuove amiche italiane che al MoMA non ci sono mai state. L’unico scazzo è che essendo gratis per tutti, c’è una folla immensa.
Entro e penso che non ho mai visto tanta gente in un museo italiano, forse solo al Museo del Novecento quando ha aperto i primi mesi ed era gratis per tutti.
Guardo le mie due amiche, madre e figlia. La madre si chiama Rosa e la figlia Viola. Ci penso su un attimo e dato che voglio scrivere di questa visita al MoMA per CAMpiTURE, nella mia testa comincio a scomporre i loro nomi in colori primari e mi accorgo che Rosa è Magenta+Bianco mentre Viola è Magenta+Ciano. A quel punto mi pare chiaro che per ultimare il terzetto ci starebbe a meraviglia un artista che conobbi proprio qui a NY quattro anni fa, Salvatore Arancio (Magenta+Giallo), ma non so dove recuperarlo e mi devo accontentare.
Per semplicità decido quindi di chiamarle MB e MC, come le due Spice Girls, Mel B e Mel C.

A sto punto ci siamo, possiamo entrare nel mitico Mickey Museum di Claes Oldenburg, montato al secondo piano del museo.
Era qualche mese che pensavo a quest’opera, ne avevo letto sul volume di Elio Grazioli, La collezione come forma d’arte, dove l’atto del collezionare è visto come l’atto di ridare significato al mondo ed alle cose, in un momento storico in cui l’immagine di qualsiasi cosa – Magritte docet – la fa da padrona rispetto alla cosa stessa.
Ma un conto è leggerne su un libro, un altro è vederla davvero. Un omone ci fa cenno che è il nostro turno e possiamo entrare in questa grande struttura prefabbricata, che poi in realtà è una stanza quadrata collegata a due rotonde, le quali fungono da orecchie da topo. Da qui il gioco di parole Mickey Mouse à Mickey Museum.
Entro ed è tutto nero, la luce proviene solo dalla fascia centrale delle pareti dove sono ricavate delle grosse teche in cui Oldenburg, dal 1965 al 1977, ha collezionato una serie di oggetti assurdi, dalle spugne a forma di fette di pane ai vibratori doppi per lesbiche alle finte bottiglie ai finti sassi ai finti gelati alle finte tette e finte fette di torta etc etc…
Me li guardo tutti e piano piano mi affiora in testa ben chiara un’idea, un collante che tiene insieme tutti questi oggetti tremendamente kitsch e plasticosi. Sono tutti dei fake, dei surrogati, delle riproduzioni di qualcos’altro, tutto quasi tutto in plastica, è tutto rifatto. Il telefono di plastica la melanzana di plastica l’orecchia di plastica il cazzo di plastica. Sono tutti giochi giochini per grandi e per piccini, a buon mercato e di scarsa qualità.
E tutto ad un tratto l’illuminazione: mi sovvengo di quando, un paio d’anni fa, dopo l’inaugurazione di una mostra a Miami, mi ritrovo in compagnia di quattro scambisti peruviani che mi portano – mi dicono – in un posto fichissimo, questo supermegagiga night club alle porte della città. Entro e trovo una collezione infinita di femmine nude, nudissime, che saltano e ballano sopra gli allegri avventori, appoggiate alle finte colonne doriche, sedute sui finti divani rococò, prone a pecora sui finti tavolini stile liberty. Le osservo bene tutte quante, sembra il supermercato della carne in scatola e più le guardo attentamente e più me ne accorgo: anche loro sono finte, completamente rifatte dalla tetta ai peli! Ma agli avventori non interessa nulla, biglietti da un dollaro alla mano, li infilano uno ad uno nei buchi di plastica delle belle barbie.
Torno a posare gli occhi sulla collezione di Oldenburg, che non mi appare più come una serie di oggetti, ma come una serie di tipi umani, stipati in un grande stanzone mezzo vuoto. Questo grande stanzone chiamato Stati Uniti d’America. O cambiamo ancora scala. Chiamato Mondo.
Lo faccio presente a MC e MB mentre risaliamo lungo la scala mobile per dare un occhio al resto della personale (fantastica, assolutamente da non perdere) del buon Claes al sesto piano, e dall’alto appare chiara la forma Topolinesca del museo di cianfrusaglie. E mi chiedo: perché Topolino (che m’è sempre stato sui coglioni, tra l’altro)?
Nelle orecchie mi ronza la risposta, con la voce stridula di Miki Mix, alias Caparezza:

Nello stadio, in discoteca,
tra i carrelli della spesa,
nei comizi della piazza,
nella macchina da presa,
per la folla è già boato
dappertutto è celebrato Popolin, Popolin.
Nelle case, nelle strade,
negli studi alla tv,
nelle scuole, nei locali,
nei commenti su Youtube,
siamo tutti mezze pippe
ma fa niente se emuliamo Popolin, Popolin,
e Tip e Tap.

Andrea Mastrovito (Bergamo 1978) vive e lavora tra Bergamo e New York: la sua ricerca, basata su un vichiano ed ineluttabile ritorno di ogni cosa, negli ultimi anni si è sviluppata su più strade, dalla videoinstallazione alla performance, dal disegno alla scultura, rimanendo tuttavia contraddistinta da un segno immediatamente riconoscibile – anche al di fuori del mondo dell’arte. Premio New York nel 2007 e Premio Moroso nel 2012, ha esposto in diversi musei italiani, europei ed americani.
Al momento sta lavorando ad una serie di opere pubbliche di grandi dimensioni.

1 Comment

  • Rispondi giugno 14, 2013

    francesco damiani

    bel racconto ,molto piacevole:-)

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