Arte ed emozione alla Biennale di Venezia

Quando si dice Biennale di Venezia si apre sempre un file estremamente difficile da gestire.
L’esperienza di quest’anno è strana e ancora più complessa perché ha a capo della curatela una star indiscussa, Massimiliano Gioni.
Un ragazzo, è giovane rispetto agli standard italiani soprattutto, ma in particolare un ragazzo che col tempo ha portato grande valore alla città di Milano e molto prestigio alla nostra nazione.
Oggettivamente bravo in molte operazioni che l’hanno visto protagonista tra Milano e New York.
Già un sentore di presunzione, però, era evidente dal titolo dell’operazione, Il palazzo enciclopedico. Cosa che viene confermata dall’allestimento: tante opere, forse troppe, un mondo di immagini che francamente invadono il cervello senza sedimentare, lasciando una grande sensazione di caos, di superficie, patinata magari, ma sempre superficie.
Nell’approccio con l’arte, la scelta e l’obiettivo sono sempre molto difficili da individuare, sia per chi è addetto che anche solo per chi fruisce. Per qualcuno è sufficiente la tecnica, il manierismo del 2013 fatto di effetti forti, scenografici, con un’estetica fine a se stessa. Nella mia opinione, che non è assoluta, si intenda, la scelta è quella di trovare nell’arte un segnale del momento storico, sociale, politico.
Se la nostra storia presente è fatta solo di un bombardamento di nozioni veloci, alla social network per dire, la riproduzione di cosa sta accadendo è solo parziale perché esiste una fetta di popolazione che non si basa solo su questo, ma che cerca una profondità che non è sufficiente se limitata alla forza dell’impatto: gli interrogativi che riempiono le nostre ricerche non possono più essere solo concettuali perché vorrebbe dire che l’attività intellettuale legata all’arte contemporanea è morta. Certo, l’arte è soprattutto immagine, ma se non c’è esperienza è limitata.
Ci troviamo in un momento storico in cui è necessario creare un legame anche con la parte di mondo non intellettuale, con quelle persone che non hanno strumenti ma Il palazzo enciclopedico risulta essere un insieme di sensazioni fugaci alle quali lo spettatore ingenuo non si può appigliare.
In questo, forse, vanno a supplire i padiglioni nazionali: operazioni come quella belga con Berlinde de Bruyckere, estremamente raffinata, o più ironiche come le scelte della Russia,o ancora più concentrate sulla simbologia del territorio più riconoscibile come nel caso dell’Inghilterra, diventano un mezzo per comunicare, con linguaggi effettivamente diversi e su piani inequivocabilmente diversi, anche con lo spettatore più impreparato che riesce ad avvicinarsi all’arte, a trarne spunto, a farsi degli interrogativi.
Ci sono anche momenti di poesia estetica come riesce a fare Jaar nel padiglione del Cile, ma appunto non si tratta di una scelta fine a se stessa perché filtrata dalla poesia.
Quello che manca nelle scelte di Gioni è il respiro, il tempo del pensiero, la profondità senza la quale un’esperienza resta solo decorativa, la poesia.
Sul piano tecnico, oltretutto, forse anche la presenza così massiccia di video rende ancora più impervio il percorso: non che altre forme di arte siano più semplici, ma la concentrazione nel guardare un video diventa ancora più sfiancante laddove la qualità, ahimé, spesso manca.
Tuttavia, uscendo dai confini della Biennale, la Fondazione Querini Stampalia offre, per esempio, oltre alla straordinaria leggerezza dell’installazione di Hashimoto, anche una selezione molto accurata di short movies davvero azzeccati.
Forse quello che emerge di Gioni è il desiderio di riempire, facendo anche scelte coraggiose di nomi impopolari talvolta, ma che non trovano grande riscontro in campo emotivo.
Sarò agé, ma io quando vedo l’arte ho ancora voglia di emozionarmi.

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6 Comments

  • Rispondi giugno 3, 2013

    Bricolage

    Da come la metti è però riuscito nell’intento.
    Il titolo stesso “Palazzo Enciclopedico” dovrebbe implicare uno status e un modus vivendi proprio consono al nome che porta. Da quello che ho potuto leggere lo scopo di Gioni è stato di aprire una grande riflessione sull’uso dell’immagine e creare attorno a essa un attento esame per poi far fiorire discussioni.
    In un modo o nell’altro, da quell’esperienza che hai vissuto, trarrai le conclusioni forse tra un paio di mesi. Quando sarai “raffreddata” dalla grande disponibilità di materiale e potrai finalmente valutare, sulla base dell’esperienza vissuta quello che veramente ti è rimasto addosso.
    Potrebbe anche essere questa la lettura, no? 😉

  • Rispondi giugno 3, 2013

    fausto salvi

    ottima panoramica biennale. muy bien escrito!

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