Novecento a Brescia? Più che mai visto, non si vede

Bisogna ammettere che lo sforzo di una città famosa per il lavoro e l’industria come Brescia di parlare di arte contemporanea c’è stato. La collezione Daimler e la mostra parallela Novecento mai visto sono un tentativo di contemporaneità portata all’interno di un complesso importante e protetto come S. Giulia.
Ci sono dei problemini, in realtà.
Il primo sta nel fatto che se entro in un museo e mi obbligano a un percorso, spesso anche forzato, già mi manca l’aria. Non si può non lasciare libertà di movimento (“Arrivate al quadro giallo e tornate indietro” dice un signore parlando di un’opera di Fontana) mentre si gode della bellezza.
Se la Daimler ha almeno un ordine e un percorso studiati con criteri cronologici e tematici, mi dovranno spiegare perché la parte descrittiva si trovi alla fine di ogni stanza: se un pubblico non addetto e non pratico di queste opere, spesso piuttosto ostiche perché minimaliste o pauperiste, non ha un minimo accompagnamento e una contestualizzazione, diventa davvero dura capire cosa sta vedendo.
Ma andiamo oltre.
La parte del Novecento mai visto è stracolma di opere. Chiaro, la maggior parte sono l’orgoglio collezionistico locale, ma non ha senso mescolare senza progettualità opere di arte moderna, di chiara bellezza e importanza, con altre che sono più giovani: se i curatori avessero messo meno roba (e il termine scelto sta proprio a indicare un ammasso di oggetti che sembrano buttati come in un supermercato) forse la selezione sarebbe stata più godibile e più vicina al progetto tedesco.
Le due mostre invece non dialogano, sembrano appartenere a due pianeti diversi e avrebbe un senso se almeno fossero state concepite in due edifici, o forse anche solo su due piani diversi.
Chiaro, la possibilità di vedere dei lavori sorprendenti c’è, ma si esce storditi, stanchi, sovraccarichi a causa di questo allestimento assolutamente discutibile.
Purtroppo questa operazione è simbolo della cultura media di questa città, dove le attuali cariche istituzionali sono esattamente così: si chiama un gran nome, come quando ci si veste Armani per un matrimonio convinti di aver fatto la scelta giusta, e magari quel modello non sta bene indosso o un sarto avrebbe confezionato un abito più adatto. Certo, il sarto non è riconoscibile quanto il grande brand.
Forse le istituzioni bresciane dovrebbero essere più umili e delegare a chi si occupa di contemporaneo la scelta delle mostre e la loro curatela, questo modo ignorante e presuntuoso non premia una città che ha bisogno di cultura partendo da zero perché non ne ha la tradizione. Non è corretto mettere in vista tutti questi oggetti preziosi senza preparare dei cittadini che non sono abituati, bisogna costruire con pazienza e fatica, la cultura non è uno sport per annoiati, è un lavoro che richiede dedizione, amore, conoscenza e voglia di comunicare e grande rispetto per gli artisti.
Altrimenti serve solo a farsi belli alle campagne elettorali.