I Ramones, il mare, l’arte e il silenzio

Se si prende la metro bisognerebbe arrivare diretti a Rockaway Beach, la celebre spiaggia popolare a sud di New York che da il titolo a una canzone dei Ramones.
Invece il treno in questo momento non passa per la baia.
Si arriva quindi al raccordo con l’aeroporto JFK, si prende uno shuttle fino a Rockaway Beach e si scende fino alla spiaggia 90 per raggiungere la celebre 94 dove la corsa si interrompe.
Desolazione.
Il lungomare è deserto, possibile che sia davvero così triste, vuoto e senza strutture questo posto? Dove sono i surfisti?
Poi piano piano si capisce: le case sono mezze distrutte, la passerella sulla spiaggia è quasi del tutto interrotta, non c’è neppure un posto dove mangiare un sandwich guardando il mare.
Un nome, pian piano, riecheggia nella testa: Sandy!
Ci si sente stupidi a essersene scordati: quella zona è stata una delle maggiori vittime dell’uragano che a fine anno scorso ha sconvolto il distretto di New York.
Evidentemente non siamo gli unici ad essersene dimenticati perché ci raccontano che la zona versa ancora in quelle condizioni perché l’assicurazione non vuole coprire i danni da alta marea.
Quindi si aggiunge un altro pezzo alla collezione di contraddizioni americane e un nodo alla gola.
C’è una tensostruttura, proprio lì di fronte alla spiaggia 94, un tendone sferico per metà bianco e per metà trasparente.
Entriamo, c’è wifi, c’è una soda biologica, caffè (non manca neppure qui la caffeina) della frutta e degli snacks.
Ci sediamo a un grosso tavolo accanto al quale ci sono dei cataloghi d’arte del MoMa. Più in là un video del duo Fischli Weiss e poi ancora una teca con un’opera di Terence Koh.
La mia mente pian piano ricostruisce tutto: il MoMa PS1 dopo l’uragano ha creato questa struttura, il VW Dome (grazie ai signori della Wolkswagen) perché non mancasse uno spazio in quel disastro, un posto per esporre, per fare dei reading, per incontrarsi nel pieno del fango, per non smettere di sperare del tutto. Può sembrare sciocco, ma mi ricordo le mail dopo Sandy del MoMa in cui si invitavano i cittadini a portare beni di qualsiasi tipo al PS1 di Long Island che venivano poi portati qui.
Ecco, questo è l’esatto modo in cui mi piacerebbe che l’arte divenisse una speranza, un bagliore nel fango, un momento di condivisione, un attimo di luce, che recuperasse la sua funzione sociale. Non è di certo con questa struttura che Rockaway Beach tornerà a rivivere con le case ricostruite come prima, la metro che passa nel mezzo della baia come prima, le persone che torneranno a mangiare i tacos di pesce come prima, nulla sarà più come prima.
Ma almeno la speranza possiamo tenerla?

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