1993: esame di un anno per immagini

L’arte, anche la più estrema, la più contemporanea, la più assurda, consente spesso di giocare a un bel gioco, quello della macchina del tempo.
Se ne aveste una vera, voi dove andreste?
Massimiliano Gioni e il suo staff hanno scelto di retrocedere di vent’anni al New Museum e fare una mostra intitolata NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star dal nome del disco dei Sonic Youth uscito proprio in quell’anno. La mostra si focalizza proprio sul 1993.
Sarà perché gli anni ottanta sono stati riattraversati, rivisti, ristudiati e rinterpretati, sarà perché come in tutte le buone tradizioni vintage si passa da un decennio all’altro.
Dopo vent’anni però è ancora viva una fiamma artistica, non parliamo ancora di vintage, parliamo di contemporaneità, e il New Museum di New York, anche solo in quel grande New parte del nome, ci tiene a specificare che si occupa solo ed esclusivamente di arte contemporanea.
I primi anni Novanta vedono la società in cammino verso il cambiamento in cui ci troviamo immersi oggi, tra conflitti militari, HIV, diritti omosessuali, nuovi linguaggi musicali e cinematografici, tutti aspetti che la letteratura, il cinema, la sociologia e l’arte stanno riprendendo in mano proprio in relazione a quegli anni.
La scelta del percorso esalta tutto questo: con estrema cura dei dettagli, l’esposizione vede giovani artisti emergenti nel 1993, oggi spesso riconosciuti a livello internazionale, del circondario di New York ma non solo: sono state selezionate opere che in quell’anno erano alla Biennale del Witney o a quella di Venezia, affinché il panorama artistico fosse il più omogeneo possibile.
Particolarmente suggestiva sul piano emotivo la sezione che tratta i diritti omosessuali e la diffusione dell’AIDS, molto efficace il rapporto coi media in tutto il percorso, estremamente delicata, nonostante fosse esplicita, l’analisi del disfacimento del modello di famiglia tradizionale che stava uscendo allo scoperto al di là degli stilemi religiosi o delle convenzioni sociali, davvero puntuale la trattazione dei temi legati all’integrazione razziale: un percorso completo, valido, deciso.
Alcune opere sono molto forti, altre lasciano uno strano senso di stordimento perché particolarmente dense: gli artisti esposti sono oggi famosi ma non hanno perso, se ancora in vita, quell’aspetto ruggente, quel graffio sociale che fa dell’arte, un mezzo privilegiato perché ha il potere di lasciarsi guidare dalle immagini.
Dalle sale più poetiche che trattano i giochi di luce e i lavori che evocano un senso di libertà, viene attraversato un metodo più analitico grazie alle prime esperienze video e alla fotografia, per arrivare alle istallazioni più aggressive e vietabili ai minori, spesso.
Ci si domanda se al di fuori di New York questa mostra potrebbe avere successo: ironica, cattivella, esplicita, molto dura, forse la nostra Europa non sarebbe in grado di scindere l’aspetto più critico da quello più moralista. Certo è che una terra di contraddizioni come è l’America e una città di incontri, occasioni, storie e sinergie come è New York (o è stata, forse?) offrono un ottimo background a questo tipo di esposizione. Nel museo più cool, nel quartiere più cool, nella città che forse ancora detiene la centralità mondiale.

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2 Comments

  • Rispondi aprile 12, 2013

    Bricolage

    perchè dici “è stata”?

  • Rispondi aprile 15, 2013

    Giovanni

    bello vedere il blog arricchito dalle Tue foto!

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