Gli incubi dolci di Evgeny Antufiev

Si entra in un museo scientifico, non è una mostra di arte qualsiasi.
Le opere esposte seguono delle scelte ponderate minuto per minuto con la massima precisione, con rigore, con disciplina. Evgeny Antufiev accompagna i primi fortunati attraverso il fitto percorso dominato dalle sue coonections che pian piano vengono illustrate.
L’artista ha 26 anni e viene dalla Siberia, ma fa anche base a Mosca con lo studio.
La sua figura magra, estremamente magra, richiama un personaggio che vive al di fuori del mondo, con questi occhiali addirittura sproporzionati per il suo volto magro, una giacca simil second hand e forse troppo abbondante, qualche segno sparso di una barba rada e quasi adolescenziale.
Durante la sua permanenza a Reggio Emilia in vista dell’allestimento presso la Collezione Maramotti, un ragazzo dello staff raccontava che Antufiev mangiava in maglia a maniche corte, per lui era un clima primaverile quello italiano di dicembre e gennaio.
Il percorso si snoda attraverso numerose opere selezionate tra oggetti assemblati direttamente e interamente da lui, e altri scelti tra meteoriti, ricordi, immagini, elementi di vario tipo. Il tutto è stato distribuito nello spazio a pianterreno in modo maniacale, estremo, preciso.
La predominanza è quella del colore bianco, il non colore, la neve, il marmo, il freddo. Lo stesso tono è stato scelto per tutti i cibi e le bevande del buffet inaugurale svelando la consueta sensibilità dell’organizzazione.
Il visitatore deve indossare delle ghette igieniche per entrare nello spazio per poter entrare nei panni di uno scienziato che si appresta a visitare dei reperti. Questo crea un mood preciso.
La mostra è un continuo rimbalzo tra l’incontro chiave dell’artista con un delfino all’interno di un maestoso delfinario siberiano particolarmente sfarzoso, e le emozioni che sono state generate da questa esperienza e che, a loro volta, rimandano all’immaginario emotivo e onirico dell’artista stesso. Una collezione di momenti sorprendentemente intimi viene coraggiosamente esposta in teche, appesa ai muri attraverso immagini, esposta su mensole, fino all’ultima sala in cui c’è una vera e propria trasposizione della casa studio che l’artista vorrebbe vivere, con tanto di plastico marmoreo di tutto il percorso.
La simbologia utilizzata è riconoscibile soprattutto dopo aver letto la pubblicazione cartacea che personalmente viene ritenuta complementare al processo espositivo.
La mostra ha un’eco volutamente kitsch, a sottolineare come il denaro russo sia figlio di un arricchimento rapido e pieno di paillettes. Tuttavia queste iridescenze sono in forte contrapposizione con la storia della Russia colta, con un ottocento di grandi soddisfazioni intellettuali a cui l’artista fa riferimento specialmente con i richiami a Tolstoj.
Non è una mostra semplice e lineare, non è brutale, ma l’immaginario di questo ragazzo è a tratti piuttosto inquietante: come ci suggerisce il titolo dell’operazione Twelve, wood, dolphin, knife, bowl, mask, crystal, bones and marble – fusion. Exploring materials gli oggetti in mostra sono molti, a volte un po’ forti (la ciocca di capelli della nonna ha impressionato un po’ tutti, così come le ossa o i denti cuciti sulle maschere) e di un’eterogeneità materica esperita direttamente da Antufiev che cuce, pulisce, attacca, fotografa, sceglie, accosta, assembla. Tutto nei minimi dettagli, come fosse un rito, come se si accostasse a quegli sciamani ancora rintracciabili nella sua Siberia.
Non ha un immaginario semplice, ma ricorda quello infantile popolato da piccoli esseri strani, quasi da incubo, ma un incubo a cui lui si è affezionato perché è dolce, leggero e basta svegliarsi per far passare quella paura dolce di quando eravamo bambini.

Fino al 31 luglio 2013, consultare il sito per gli orari di apertura

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1 Comment

  • Rispondi febbraio 26, 2013

    pao

    Intrigante.

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