Panorami dall’Attico di Cristina Celestino

C’è da dire che in effetti il design è una delle discipline a cui ci si può avvicinare per varie ragioni: c’è chi ci inciampa per una passione legata all’approccio estetico, c’è chi sceglie di investire denaro anche in pezzi storici, chi ha l’amico architetto, chi incontra l’opera di Bruno Munari e si apre a quel mondo, chi anche nel quotidiano sceglie oggetti funzionali ma pensati anche in linea con la bellezza.

Poi magari c’è chi incontra persone come Cristina Celestino, una giovane emergente del 1980, italiana e strettamente legata al design Made in Italy, collezionista e amante di pezzi importanti che le hanno dato la spinta di creare la sua linea, ATTICO, nel 2010. Di seguito ci racconta e si racconta un po’.

 

La tua esperienza parte da un lavoro sulle architetture, per poi arrivare allo studio del prodotto appartenente al design: qual è secondo te e per te il rapporto tra architettura, design e arte?

La mia formazione è di architetto, sono laureata in architettura a Venezia.

L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce. (Le Corbusier). 

La lezione di Le Corbusier, e quindi di un’architettura che si palesa sotto la luce come composizione di volumi puri e semplici, separati ma in dialogo costante tra loro, è un aforisma applicabile anche al design.

Le architetture di Le Corbusier contengono tante micro architetture fuori scala: il maestro ha disegnato ogni cosa, dalla maniglia del serramento, allo scolo delle acque piovane, alla panca. Tutto con grande coerenza. I suoi prodotti di design “lavorano” nel contesto in cui sono nati e rispondono alle precise esigenze di quello spazio-tempo (possiamo forse parlare di common ground?)

Il gioco dei chiaroscuri e delle linee delle piante, come negli alzati degli edifici di Louis Kahn (ma anche di architetti con cui ho avuto la fortuna di lavorare, vedi Massimo Carmassi), mi ha sempre affascinato anche nella sua bidimensionalità. Le assonometrie di pezzi di città di Massimo Carmassi e gli acquarelli di Louis Kahn si possono leggere come “composizioni” armoniose.

Arte , design e architettura sono accumunate dal tema del saper vedere: nella fase pre progettuale, durante la ricerca; si vede negli objets trouvés che ci circondano, e che osserviamo avidamente, segni, linee, significati e volumi che riletti con attitudini diverse diventano la sostanza dei progetti.

Saper vedere è inteso anche come una naturale propensione alla bellezza, all’armonia.

 

Su Repubblica di domenica 18 novembre 2012, Camille Paglia, docente e saggista americana, dice a proposito di una discussione sull’evoluzione estetica, che nella sua carriera, parafrasando, le teste più creative che ha incontrato sui banchi appartenevano a studenti provenienti da disegno industriale. Come ti trovi con questo tipo di affermazione?

Penso che il tipo di formazione universitaria possa incanalare la creatività in diversi ambiti e dare al soggetto le redini per gestire le proprie esperienze, dove per esperienze intendo le memorie che ognuno di noi porta in sé.

Rispetto alla mia formazione posso dire che la facoltà di architettura ha dato delle regole e degli schemi alla mia creatività, l’ha disciplinata. Non è sempre positivo, a volte mi ritrovo a cercare di liberarmi dai troppi limiti e/o confini che mi pongo: se la coerenza di attenersi a determinati valori è da perseguire, la complessità ammette diverse soluzioni, non necessariamente solo una è la soluzione giusta.

In ogni caso, il lavoro del designer non si limita all’atto creativo. Bisogna arbitrare le varie forze in gioco, dall’artigiano al buyer, e mantenere allo stesso tempo l’equilibro del progetto, il tutto con la velocità che caratterizza i tempi di oggi (dove mail e contatti super rapidi trasformano il possibile in contemporaneo). Questo è un aspetto del mio lavoro in cui la formazione di architetto credo che mi abbia agevolata.

 

Qual è la città in cui vivi e perché. Qual è invece la città in cui vivresti e perché.

Abito ormai da quattro anni a Milano.

Dopo un pellegrinaggio che ha avuto come tappe Venezia, Firenze e Roma, il lavoro mi ha portata a Milano.

Il progetto Attico è nato proprio in questa città.

Da tempo avevo sviluppato Attico a livello embrionale, ma solo Milano mi ha dato gli stimoli necessari per procedere.

Il Salone del mobile anima la città in Aprile e si respira design ovunque. Ma il periodo di preparazione al salone e il post salone coprono quasi tutto l’arco dell’anno. Il design, per chi è addetto ai lavori, viene percepito chiaramente, come un’entità che pervade la città. Gli showroom patinati del centro hanno alle spalle designer, fornitori, artigiani, giornalisti.

Ho avuto la fortuna di lavorare negli uffici di una rinomata azienda milanese e ho vissuto Milano con i tempi di chi produce sedie, tavoli, lampade e poi li presenta al grande pubblico al salone di aprile.

In Italia non ci sono città che offrono tanti stimoli in materia: mostre, inaugurazioni, esposizioni; non tutto è di qualità e tutti parlano di un generale peggioramento.

In ogni caso per ora ritengo Milano la città in cui abitare.

Non è detto che tra un po’ di anni io non decida di ritirarmi nelle campagne friulane da cui provengo. 

Molti designer, dopo un periodo formativo e post formativo a Milano, tornano alla loro terra d’origine.

 

Un oggetto di ieri.

La macchina da scrivere portatile Valentine di Ettore Sottsass per Olivetti del 1969.

La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello; voglio dire quelle cose alle quali si bada e non si bada, cose che vanno e vengono, cose che tendiamo a smitizzare sempre di più.

Un oggetto di oggi.

Le valigie Rimowa.

Meglio essere sempre pronti a partire…

Un oggetto da regalare.

Una radio. Mi piace molto la Brionvega Grattacielo di ImmagineImmagineImmagineImmagineImmagine.

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