Avere trent’anni e lavorare (?) nell’arte

Prendere un treno, l’ennesimo treno, per fare un colloquio. Destinazione Venezia, questo giro.
La prestigiosa Fondazione Bevilacqua La Masa fa una selezione per tre stagisti da inserire nel proprio organico per tre mesi.
Nessuna retribuzione prevista, nessun buono pasto, nessun alloggio.
La decisione è quella di andare in avanscoperta, un po’ per curiosare dentro alla struttura, in parte per provare questa esperienza.
Una prima attesa all’aperto, visto l’arrivo in anticipo di gran parte dei candidati, sembra più una prova di resistenza visto il freddo glaciale ai piedi del bellissimo Palazzo Tito, sede della Fondazione.
Veniamo invitati a salire e ad accomodarci, i tre ragazzi che lavorano lì da qualche tempo ci invitano ad attendere pazientemente l’arrivo della presidente.
In effetti Angela Vettese ritarda soltanto dieci minuti, ma si dimostra subito una persona cordiale scusandosi con la piccola platea di trenta/trentacinque ragazzi.
Viene sottolineato che il lavoro da fare è tanto, che la presenza richiesta è di una figura responsabile e costante, presente, disposta a lavorare sodo e a supportare tutti gli aspetti di questa rinomata struttura.
Il lavoro coinvolge tutti gli aspetti dell’organizzazione di una mostra: dal contatto con gli artisti, alla gestione degli spazi, alla redazione di testi, all’allestimento vero e proprio.
Una volta abbiamo pitturato noi le pareti della stanza per la mostra in allestimento, dice con orgoglio uno dei ragazzi.
Viene richiesta una presenza full time che spesso può sfociare nel fine settimana e che preclude qualsiasi attività lavorativa altra.
Dopo un preambolo in cui viene chiarito che senza assicurazione non si può fare lo stage, ma con una laurea di vecchia data l’assicurazione te la devi pagare tu, vengono distinti tre gruppi composti da una decina di persone per i colloqui con la Vettese. Purtroppo, per dei colloqui individuali non c’è tempo.
Parte un piccolo e delicato interrogatorio a gruppi in cui vengono sfoggiati curricula da urlo, con esperienze sorprendenti di studio, workshop e approfondimento, stage e master, esperienze all’estero, doppie lauree.
Di lavoro effettivo i ragazzi parlano ben poco. Angela Vettese dimostra di leggere i curricula, di essere una donna ironica ed estremamente cordiale, cercando di metterci tutti a nostro agio.
Ovviamente mi rimetto esclusivamente al mio gruppo, posso dire di avere un curriculum un po’ più scarno rispetto a tutti gli altri ragazzi, forse dettato anche dal fatto che non mi posso occupare esclusivamente di arte perché non mi potrei mantenere.
Finito il colloquio del mio gruppo mi allontano per approfittare della mia giornata veneziana e delle bellezze che la Serenissima offre.
Mentre mi aggiro per le calli, tra un Museo Guggenheim e una Scuola di San Rocco, mi sorgono alcune domande mosse in parte da quel senso di realtà che ormai pervade la mia vita e dall’altro canto da un senso forse di inadeguatezza tipico delle persone che ostentano sicurezza.
Mi domando come tutte questi ragazzi, che studiano e si specializzano in modo encomiabile, possano permettersi uno stage non retribuito in una città chiaramente costosa.
Forse ci sarà anche un pizzico di invidia da parte mia, ma come sarà possibile pensare di evolvere come paese se a trent’anni siamo ancora in fila per un lavoro che non ci viene pagato?
Una società basata sul privilegio genera scontento nella maggior parte dei casi, perché spesso il privilegio non si accompagna alla qualità e altrettanto spesso la fatica costante porta gli individui a desistere dal perseguire un obiettivo, anche se c’è un talento discreto e manifesto.
Ci troviamo ancora inseriti in modalità per cui si può accedere a determinati ambiti professionali spesso solo se le capacità economiche della famiglia sono in grado di supportarlo, mostrando come miraggio una meritocrazia anche delle più semplici perché, a parità di capacità, chi si deve mantenere deve inevitabilmente dedicare del tempo a quello.
Ecco, mi piacerebbe pensare che un giorno ci saranno davvero le stesse possibilità per tutti, che l’arte non sarà uno sport prevalentemente per persone facoltose, o per fulminati appassionati disposti a dedicare a questa affascinante materia le notti e il tempo libero.
Questo farà anche in modo che l’arte sia per tutti, perché più possibilità ci saranno di avvicinarsi all’arte e più essa sarà conosciuta.
Tutta questa bellezza ci potrà salvare dal perenne declino in cui siamo coinvolti?

66 Comments

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    fausto salvi

    sigh..Auguri! Per i trent’anni e per l’arte..

  • […] Ci troviamo ancora inseriti in modalità per cui si può accedere a determinati ambiti professionali spesso solo se le capacità economiche della famiglia sono in grado di supportarlo, mostrando come miraggio una meritocrazia anche delle più semplici perché, a parità di capacità, chi si deve mantenere deve inevitabilmente dedicare del tempo a quello. Ecco, mi piacerebbe pensare che un giorno ci saranno davvero le stesse possibilità per tutti, che l’arte non sarà uno sport prevalentemente per persone facoltose, o per fulminati appassionati disposti a dedicare a questa affascinante materia le notti e il tempo libero. Questo farà anche in modo che l’arte sia per tutti, perché più possibilità ci saranno di avvicinarsi all’arte e più essa sarà conosciuta. Tutta questa bellezza ci potrà salvare dal perenne declino in cui siamo coinvolti? (continua qui) […]

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Alberto Petrò

    L’arte per tutti? non è per tutti, né per chi la fruisce né per chi la fa.
    Pensa che palle se la facessero tutti (cosa che per lo più sta avvenendo); rantolare da una mostra all’altra come si fa ad un mercatino dell’usato alla ricerca dell’oggetto prezioso. La ricerca come il tentativo di salvarsi dal mare in piena; invece dovrebbe essere un sano elevarsi. Per fortuna c’è una selezione. Siamo d’accordo che questa selezione è straziata e orrorosa e chi emerge normalmente è chi riesce a star dietro al costo per propri progetti, ma non solo.
    Un po’ tutti (ma mai tutti davvero) ne fruiscono, ma per moda.
    Se ne fruissimo tutti saremmo più belli o più snob? e che arte dovremmo amare? quella delle fiere? i classici? meno male che non la si ama in toto e che non si ami per forza discutere su tutto il parciame che c’è in giro perchè non è proprio quello il senso di trovare il proprio aleph nell’arte.

    • Rispondi gennaio 21, 2013

      pieracristiani

      Credo che l’arte dovrebbe essere per chi se lo merita, questo dico. Per il resto, scusami, ma mi sembra una bella manciata di cliché. Non per forze ingentilirsi vuol dire diventare snob, le persone sane continuano a essere gentili, quelli che cercano solo le élite forse sono snob. E francamente se più persone conoscessero l’arte o ne avessero la possibilità forse il ciarpame diminuirebbe per selezione naturale.
      O al popolo diamo sempre le brioches?!

      • Rispondi febbraio 12, 2013

        geleselibero

        l’aarte è alla portata di tutti. Un linuaggio universale che va solamente insegnato.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Donatella

    Ciao Cristina, ti do del tu perché siamo quasi coetanee anche se ho già 36 anni, diciamo che sto ancora cavalcando il decennio dei trent’anni davanti a numeri che scorrono inesorabili. Il tuo post é davvero uno spaccato di una realtà che ahimé conosco benissimo, piú o meno alla tua stessa età, dopo aver scritto per anni aggratis per giornali d’arte (tranne che per un magazine che chiama Teknemedia che era l’unico che mi pagava per i miei articoli, ho voluto citarlo perchè é stato davvero una mosca bianca), dopo aver fatto stage non retribuiti in musei avevo finalmente iniziato a lavorare in un museo della mia città. Dopo quasi tre anni di passione, dedizione al lavoro che svolgevo davvero senza risparmiarmi e che a parole veniva molto apprezzato, mi sono accorta di aver fatto gravi errori di valutazione rispetto al contesto in cui mi trovavo perchè in realtà alla scadenza dell’ultimo contratto a progetto anzichè stabilizzare il rapporto mi è stata proposto di aprire una partita iva, all’epoca non c’era ancora regime dei minimi e inoltre fatti i conti avrei guadagnato meno della metà dell’ultima retribuzione gia’ molto bassa. In quel periodo avevo appena iniziato la convivenza con quello che poi é diventato mio marito e non navigavamo nell’oro perché anche lui aveva avuto problemi lavorativi.
    La mia delusione fu così grande che rifiutai l’offerta pur non avendo in campo nessun’altra proposta, semplicemente per orgoglio, non riuscivo ad accettare l’idea che il merito e la competenza non avessero nessun valore e che venivano preferiti legami di amicizia e di appartenenza. All’epoca non avevo ancora capito che in certi ambienti se non ti adegui, sei tagliato fuori e vieni ignorato anche da altri contesti simili. In seguito dopo vari lavori sono approdata ad un altro museo e anche qui i contratti erano instabili, ma almeno ero pagata in modo adeguato, ma poi nel 2009 sono rimasta incinta e a quel punto il mio contratto a tempo a determinato ha determinato la mia uscita dal mondo dei musei, ma non dal mondo dell’arte… Spero che la mia storia non ti abbia annoiato era solo per dirti che capisco bene il senso di sconforto di fronte a certe dinamiche, dove sembra quasi che chiedere di essere pagato per il proprio lavoro sia un dettaglio e che in realtà la verità taciuta é un’altra: “tu che non sei amico di famiglia o non fai parte del gruppo sociale di Angela piuttosto che di Patrizia o Marisa già ti devi ritenere fortunato se puoi lavorare gratis dentro i loro musei, coloro che sono pagati e poi messi a capo dei loro musei fanno parte di famiglie che poi possono finanziare e aiutare tramite le loro amicizie il museo e in cambio vogliono solo che il loro plurilaureato nipote o figlia abbia il giusto posto in società”. Questa é la triste verità che ho dovuto imparare, ma non demordere spesso anche in questo sistema si aprono delle crepe e qualcuno senza pedigree e di talento riesce ad emergere. Fai un bliancio dei tuoi obiettivi nei prossimi anni e poi decidi se aspettare il terremoto e le relative crepe o andare all’estero dove sicuramente avrai meno difficolta’ perchè gli stage non retribuiti sono illegali!! Un grande in bocca al lupo!
    Dg

    • Rispondi gennaio 21, 2013

      pieracristiani

      Mi chiamo Piera 😉
      Grazie della tua esperienza.
      Non voglio condannare chi ha più fortuna, vorrei solo che chi è più fortunato se ne renda almeno conto.
      Ecco.
      Grazie mille.

    • Rispondi gennaio 21, 2013

      luino

      “tu che non sei amico di famiglia o non fai parte del gruppo sociale di Angela piuttosto che di Patrizia o Marisa già ti devi ritenere fortunato se puoi lavorare gratis dentro i loro musei, coloro che sono pagati e poi messi a capo dei loro musei fanno parte di famiglie che poi possono finanziare e aiutare tramite le loro amicizie il museo e in cambio vogliono solo che il loro plurilaureato nipote o figlia abbia il giusto posto in società”

      hai ragione! solo che spesso il nipote o figlia, non sono neppure laureati, si sono autonominati artisti e questo basta alle Angela, Patrizia o Marisa di turno 🙁

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Donatella

    Certo, grazie a te del tuo post, volevo correggere le è del mio post ma non riesco da mio ipad, con telefonino son venuti tutti accenti al contrario!! Buone cose!

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Alberto Petrò

    Scusa Piera,
    non vedere come cliché una cosa solo perchè è nota.
    Forse mi hai frainteso e non ho centrato un bersaglio che ti sia chiaro.
    Ho solo posto interrogativi…
    Non è un problema di CERCARE di essere elitari; né CERCARE di essere popolari (al popolo le brioches??di che popolo parli?)
    L’arte è già a disposizione. Forse il problema riguardo a ciò è un altro.
    Poi c’è il problema opposto: tutti questi “artisti” che pretendono (spazi, mostre, sovvenzioni..)…anche quelli esclusi dal giro giusto, ma che comunque non se lo meritano (anche se io giudico solo relativamente a me).
    Per quanto riguarda la tua posizione che si pone a metà strada tra l’arte e lo spettatore il discorso è diverso, ma non tanto lontano.
    Se aspettiamo le istituzioni per emergere (me compreso), o per non riuscirci, per riuscire a far le proprie cose o per non riuscirci, siamo degli illusi.
    Se ci aspettiamo che diano lavoro, siamo ugualmente illusi, ma questo anche in tutti gli altri campi.
    Se poi ci sono persone che lavorano gratis, ecco questo è volgare da entrambe le parti.

    • Rispondi gennaio 21, 2013

      pieracristiani

      L’arte richiede una competenza che lo stato non offre, e non offre neppure l’inserimento istituzionale. E’ un gatto che si morde la coda, lo so bene. Ma io pago fior di tasse e mi sembra quantomeno corretto informare i miei lettori a proposito dello stato delle cose, affinché si capisca perché, in questo settore, vanno in un certo modo. E vorrei anche far capire che non è un lavoro solo figo, ma richiede altrettanta fatica di qualsiasi altro settore. Tutto lì. Ma se nessuno dice che cosa succede vivremo sempre divisi tra frustrati e privilegiati. Cerco solo di sottolineare i malesseri e metterli alla luce del sole nel limite delle mie possibilità.

  • […] Avere trent’anni e lavorare (?) nell’arte. […]

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Martina

    Capisco perfettamente e condivido…siamo nelle stesse acque purtroppo!

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Alberto Petrò

    fai bene a dire! 🙂
    e io non voglio dire che lo stato è così e dobbiamo accettarlo, anzi!
    Non c’è lungimiranza in niente, tantomeno nel campo artistico.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    Elisa

    Purtroppo Piera mette in luce una problematica in Italia oggi alquanto rilevante. Questo tipo di problematica è condivisibile non solo da curatori, critici, ecc. ma anche dagli stessi giovani artisti. L’arte è un mondo elitario non particolarmente per chi la fruisce ma piuttosto per chi la produce e la questione di merito soprattutto nella nostra condizione attuale è alquanto trascurabile.
    Se sei bravo certo magari riesci ad andare avanti, ma prima o poi dovrai fare i conti con il portafoglio. Se non sei figlio di una famiglia facoltosa sarà difficile continuare a fare stage non pagati o mostre senza budjet di produzione e rimborsi spese. Se il tuo lavoro artistico non è “vendibile” sarà difficile che una galleria ti prenda in considerazione. Da parte dello stato non ci sono borse di ricerca o sovvenzioni per artisti. E pochissime borse o sovvenzioni per curatori o critici. Difficilmente siamo riconosciuti come figure professionalmente rilevanti o fondamentali a livello sociale.
    E qui subentra la così detta “selezione naturale” o meglio, selezione pecuniaria. Che non per forza coincide con una selezione di qualità o rilevanza culturale.
    Ne deriva che l’arte possa acquistare un carattere elitario. Ma è veramente l’arte un lusso? Un prodotto di cui la maggior parte del genre umano può farne a meno, se non una fascia di privilegiati? Dostoevsky scriveva per un elite o per il genere umano? I graffiti preistorici erano per una cerchia educata di intenditori o venivano realizzati per scopi rituali finalizzati ad approfondire i misteri dell’universo? Cosa sarebbe un mondo senza arte e senza cultura?
    Oggi i nostri bisogni primari apparentemente sono altri, disporre di computer all’ultimo modello, telefoni ipertecnologici, abiti all’ultima moda, ecc, difficilmente spendiamo i nostri risparmi in libri e musei, difficilmente nutriamo le nostre anime. Siamo guidati da una società che ci impone come primari altri bisogni, bisogni, che sono finalizzati ad alimentare un sistema fondato sul profitto.
    Il problema però è che oltre ad una presa di coscienza di questa situazione le nostre risorse creative non siano state ancora indirizzate nel trovare una soluzione efficace e concreta per controbattere l’attuale stato delle cose. Certo apparentemente le istituzioni ci aiutano a fare curriculum, ma nello stesso tempo a lungo andare ci sottopongono ad una serie di umiliazioni senza fine, che ci privano della nostra dignità. Sentire che il proprio fare è “lusso” ci fa mettere in discussione la natura e l’urgenza del nostro operato.
    Ma abbiamo veramente bisogno delle istituzioni? O di queste istituzioni? Qualcuno mi ha recentemente informato di come siano tornati alla comunità europea 133 milioni di euro per la cultura che non sono stati spesi per la carenza di progetti e proposte. Perchè invece di ricercare le istituzioni non ci mettiamo direttamente in gioco per creare nuove proposte, anche a livello locale che possano diffondere a livello endemico progetti artistici?
    Perchè per quanto le istituzioni spesso vengano demonizzate nel momento stesso in cui veniamo da loro riconosciuti smettiamo di vederle come un problema e ne entriamo a far parte azzerando la nostra coscienza critica?
    Forse dovremmo sovvertire il nostro abituale modo di concepire l’arte e la società, mettere in secondo piano il glitter, dato dai riconoscimenti personali, per ripensare il nostro lavoro come qualcosa finalizzato a produrre un cambiamento collettivo e rivedere così la nostra scala di valori.
    Non proporre più un arte da vetrina ma un arte finalizzata a sovvertire i processi di produzione della verità. Riacquistare una coscienza del potere delle idee, del potere che possiamo avere come individui in una collettività e non come singoli in competizione per emergere. Studiare nuove strategie di sopravvivenza.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    agnesemalatesti

    Quanto ti capisco! Ci ho lavorato per 10 anni nell’arte! Dopo la laurea, un master all’estero e uno in Italia prima stage e poi lavori malpagati e a nero per la maggior parte. All’inizio pensi che è giusto così, bisogna fare esperienza, ci metti entusiasmo, volontà e tanto tanto spirito di sacrificio. Eppure sorridi, sorridi sempre perché per “lavoro” ti piace da matti e speri che un giorno ti dia pure da vivere. Alla fine sempre la stessa storia, sempre le stesse parole e le stesse delusioni, purtroppo. Poi un giorno ho cambiato vita, a 30 anni suonati mi sono rimessa a studiare… per fare la cuoca. Ora faccio la cuoca e la panettiera; il mio museo è una cucina, le opere d’arte sono gli ingredienti che mi trovo davanti ogni giorno che chiedono di essere messi in mostra di brillare nel piatto e la gente che mangia e sorride ai tavoli vale per me come ogni vernissage che ho organizzato, come ogni opera che ho avuto il piacere e l’onore di tenere tra le mani. La mia vita è cambiata e lo dico di cuore con somma e immensa gioia e sogno un giorno di poter mettere insieme le due cose, magari nella mia terza vita! Intanto tu tieni duro, io faccio il tifo per te! 🙂

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    michela

    ma a te almeno hanno detto se ti hanno presa o no?!!?!

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    fux

    vorrei sfatare il mito dello stage pagato all’estero…a Berlino quasi nessuno paga, dall’arte al teatro…anche in istituzioni rinomate, anzi, sono le peggiori perché tutti ci vogliono entrare e sono disposti anche a lavorare a gratis, 40 e passa ore alla settimana…mi meraviglia a volte che non chiedano soldi ai tirocinanti, per venir “unti” dalle loro mani benedette…
    se la gente smettesse di andare a lavorare a gratis, smetterebbero anche di non pagare! penso sia il minimo avere quantomeno un rimborso spese per (soprav)vivere.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    scaso

    …mah, anche in ambito “grafica – pubblicità” siamo li!
    Gente che lavora gratis per altri..
    Gente che lavora gratis in proprio..
    A guadagnarci è solo lo stato che sta a guardare e incassa!

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    scassandralverde

    Grazie per il post. Ho scritto qualcosa di estremamente simile (http://forsesipuofare.wordpress.com/2012/10/24/il-dorato-mondo-del-mio-lavoro-e-laltro-un-post-troppo-lungo/) in un ambito apparentemente molto lontano, ovvero le lingue orientali associate al business.
    Tra l’altro, ironia della sorte, sono romana e vivo a Venezia spesandomi grazie a tre sere di bar a settimana. Sono scesa dalla montagna del sapone da un bel po’ e, soprattutto, lavoro con una certa regolarità da quando ho 14 anni, quindi so che non va come è andata a me nella maggior parte dei casi. Mi è capitato di lavorare 07.30-17.30 per 2.50 euro l’ora (100 a settimana) dopo aver pagato 100 euro per un “corso di formazione” in un centro estivo in cui ogni bambino sborsava 100 euro a settimana … storie note. Mi sono sempre rifiutata di lavorare gratis, di restituire buste paga o simili – potevo farlo perchè, abitando a Roma, la scelta è sempre stata ampia – ed ho cercato con tutte le mie forze di evitare il lavoro nero, con risultati a mio ferreo giudizio piuttosto discutibili.

    Siamo sulla stessa barca. Però io sono un po’ più classista di te. Lo ammetto.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    scassandralverde

    Ah, un appunto sulla “mia” categoria che si avvicina molto a ciò che scrivi tu, ecco perchè mi sono permessa di mettere il link nell’altro commento, è è che oltre agli Psyco, con i quali non si può davvero parlare di nulla che non sia università (che tra i 3000 caratteri imparati a menadito hanno dimenticato che la Cina è una dittatura delle più repressive al mondo … ohibò), sia il sottogruppo che chiamerò Businessclass (valigetta, giacchetta, occhiale di marca, manicure perfetta e la parola sinergia anche per parlare di insalata …) e quello più grande che non ho ancora identificato perfettamente … TUTTO è pervaso da un’ingenuità disarmante ! Questi pensano di uscire a 25 anni – è un quarto di secolo, chiaro ? – con un 110 e lode, 6 mesi a Pechino e due certificati di lingua e che il dorato mondo del lavoro si spalanchi davanti a loro con l’hostess che serve Crystal e due schiavetti neri che sventolano foglie di palma ! Non tengono conto del fatto che i capi che li scrutineranno a 25 anni avevano già i contributi versati da un bel po’, ma non credo che sappiano nemmeno cosa siano i contributi, cosa significhi stare otto ore in un posto a fare quello che ti dicono, tornare e fare la spesa, cucinare, dare una pulita e trovare spazio per vivere … anche se di quest’ultimo sembra interessargli ben poco.

    In somma, ed ecco il mio classismo, PAGHERANNO lo snobismo dei loro ventanni, e lo pagheranno ben caro. Soprattutto perchè molto spesso non vengono nemmeno da famiglie particolarmente facoltose, ma da famiglie che hanno sputato sangue appositamente per non farli lavorare e tenerli lontano da quel brutto mondo … che è LA VITA.

    Non è surreale?

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    fausto salvi

    ” Tutta questa bellezza ci potrà salvare dal perenne declino in cui siamo coinvolti?”

    Credo che la Bellezza si salvi comunque.
    Non so se salverà anche noi.
    In tutto questo è la Persona che sbaglia.
    La Bellezza di per sé, non può.
    Bacio
    f

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    pieracristiani

    Sono travolta dai vostri commenti e riscontri sui social. Non credo sia tutto così. Credo ci sia gente onesta che non cavalca questo tipo di onda. E credo anche che se una persona si tira su le maniche in qualche modo forse ce la fa. Bisogna avere motivazioni forti e carattere. Non svendersi per paura di non fare. Prima o poi torna indietro.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    keewisback

    io sono curiosa di sapere in cosa sarebbe consistito il lavoro offerto *_* (per il quale spero verrai presa, se è questo che ti renderebbe felice!).
    Il dietro le quinte è la parte che mi piace di più.
    E scusami se non mi soffermo a commentare tutto il resto, ma un fastidioso pizzicore gastrico mi pervade ogni volta che rifletto troppo su quanto accade in questo mattomatto mondo di merda -.-” (sì, lo so che se tutti diciamo così non si arriva da nessuna parte e che il bello è dentro di noi e blablabla… – come dicevo, preferisco non commentare!)
    Salut *
    – keewi –

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    marcoolivotto

    Leggo questo post per caso, seguendo un link su facebook. Una parte del mio lavoro ha a che fare con la didattica e nel week-end appena passato ero a Milano per tenere un corso. Sabato sera mi sono incontrato una mia ex-allieva proveniente da un corso di specializzazione (diciamo area web, anche se il termine è assai riduttivo) estremamente serio, seguito da stage professionale per un totale di nove mesi continui di formazione, con alcuni tra gli insegnanti più qualificati in Italia nei rispettivi argomenti. Lei è del Sud, ora vive a Milano (anzi, no, molto fuori Milano, per impossibilità di pagare un affitto altrimenti) e “lavora” per una delle più grosse agenzie di comunicazione della città. Le virgolette sono d’obbligo: X (la chiamerò così) è qualificata quasi per qualsiasi lavoro che coinvolga gli aspetti tecnici e anche di sviluppo di tutto ciò che è web; comprese, in senso molto ampio, apps e dintorni. Ha quasi trent’anni e posso assicurarvi che è estremamente brillante, volonterosa e positivamente testarda – lei *vuole* fare quel lavoro.
    La grande agenzia la tiene ferma cinque giorni alla settimana, talvolta fino alle 23, con lunghi momenti in cui non ha nulla su cui lavorare, a fare cose minori come, ad esempio, aggiornare qualche immagine o qualche contenuto su questa o quella pagina web. Tutto questo in cambio di Euro: 300. Esattamente – trecento.
    La risposta alla domanda (scontata) “perché lo fai?” è scontata a sua volta: “perché spero che un anno in un posto così, nel mio curriculum, mi permetta poi…”
    No, davvero, non ci siamo proprio.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    teresina

    E’ la legge della domanda e dell’ offerta. Se ci sono 30 persone che si offrono per lavorare gratis e magari ce n’ e’
    una che si offre per lavorare gratis e in piu finanziare un progetto, e’ normale che prendano quella che offre di piu. Le fondazioni sono un modo per gente facoltosa per pagare meno tasse e darsi importanza. Non si capisce perche’ tu vuoi pensare che sia diverso. L’ arte e’ per tutti, ma tu sei interessata all’ arte nel luogo sfarzoso e ti lamenti se l’ almibiente e’ fighetto.. fai psicoanalisi..!

    • Rispondi gennaio 21, 2013

      pieracristiani

      Teresina tu fai l’analista per caso? Ma hai capito cosa ho scritto cara?

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    diego

    testimonianza purtroppo che testomonia una situazione che va contro ogni più semplice concetto di lavoro e di riconoscimento della professionalità e del valore delle persone. Continuamo a farci sentire, facciamo rumore anche qui nel we, di modo che si accorgano che ci siamo rotti del sistema

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    pieracristiani

    Ragazzi, per me è stato un esperimento e basta. Volevo offrire una testimonianza e l’ho fatto. Un sacco di gente non sa cosa succede e crede che ci si giri solo i pollici.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    teresina

    Si certo che ho capito! E poi lo so bene! Il ragionamento che fai tu l’ ho fatto anch’ io, ma ti faccio solo capire che il problema e’ il tuo! Cioe’ per quelli della fondazione Bevilacqua quella e’ una associazione non a scopo di lucro, un hobby ecc.. riciclaggio di denaro che altrimenti andrebbe in tasse, e sai cosa glie ne importa di dar lavoro a te! Ti prendo l’ arte sul serio? Vuoi che sia il tuo lavoro ben retribuito?. Fatti la tua galleria. I corsi d’ arte servono a te per i contatti o per coltivare interessi tuoi, mica ti assicurano un impiego

    .

    • Rispondi gennaio 21, 2013

      pieracristiani

      Era un esperimento. Io lo faccio il mio lavoro, faccio i miei eventi e funzionano. Lavoro con gente straordinaria e troviamo finanziamenti che ci consentono quantomeno di coprire le spese. Ma faccio anche informazione, che significa anche dire cosa succede fuori dal tuo cortile. Grazie.

  • Rispondi gennaio 21, 2013

    fabio

    bell’articolo,brutta situazione ahinoi!

  • Rispondi gennaio 22, 2013

    Twylith

    Purtroppo ho avuto una esperienza simile (non chic come venezia, ma io disegno). Un paio di anni fa mi è stato notificato che “una nota firma di abbigliamento per l’infanzia” cercava disegnatrici -quindi solo ragazze-. Mi si chiedeva, per prova, di fare disegni a ciclo continuo per otto ore. Disegni che poi sarebbero stati spediti al ‘direttore’ che si trovava in Oriente, perché di tutti i cento disegni prodotti da me e da un’altra ‘stagista’ ne sarebbero stati scelti solo una parte, e non per intero. Avrei poi dovuto oltretutto progettare il disegno per il capo di vestiario, fare la cartella colore, indicare il tessuto, quali gadget punzonarci (perline,lustrini, quali colori, etc), colorare tutto digitale e spedire poi il file dove loro richiesto. Ovviamente non era previsto uno stipendio {8 ore x 6 giorni la settimana per mansioni generalmente di 3- 6 persone, senza cercare in una scuola di moda, dicevano “non c’è bisogno, ci bastano i disegni”}, e non li mettevano su dei vestiti loro, ma li rivendevano ad altri marchi, adducendo anche la scusa “a voi giovani artisti sappiamo che è difficilissimo lavorare, per cui ti offriamo la possibilità di almeno disegnare tutto il giorno”. Grazie del pensiero ma NO. Purtroppo il problema fondamentale è che continueranno con questa storia del “almeno fai esperienza” cercando gente da non-pagare perché continueranno ad arrivare ragazzi a cui non interessa il compenso: questo perché tra te che sei formata ma vuoi X euro ed uno che se la cava ma ne vuole 0, sceglieranno sempre quello. Quando dicono “non è previsto compenso e ti devi pagare te trasporti / assicurazione /X per ‘fare esperienza con noi'” la cosa da fare sarebbe alzarsi tutti e lasciare la sala in massa.

  • Rispondi gennaio 22, 2013

    teresina

    Hai fatto bene a fare questo esperimento e a scrivere questo articolo! Immaginati Angela Vattese che la mattina si dice: oggi si sceglie il nuovo pollo.

  • Rispondi gennaio 22, 2013

    Elena

    Sono d’accordissimo con Fux..se la gente continua ad accettare proposte lavorative vergognose e umilianti solo per poter avere la speranza di crearsi un posticino che tanto poi non c’è, allora le cose non cambieranno mai!!!

  • Rispondi gennaio 22, 2013

    ironiaprimaditutto

    Questo meccanismo di farsi sfruttare senza ricevere in cambio un soldo (anzi, a volte anche pagando) solo per aggiungere un rigo in più sul curriculum non lo capirò mai.

    Bel post, ma brutta realtà 🙁

  • Rispondi gennaio 22, 2013

    Marco

    Molto interessante questo racconto. Vedo ltalia da fuori i confini da alcuni anni e mi rincresce leggere di questa e altre situazioni simili. Non esiste lavoro che non generi un utile. Non esiste proprietario di nessun palazzo che non possa permettersi un rimborso spese o un compenso. Altrimenti lo venderebbe il palazzo. Queste situazioni sono puro sfruttamento, ma finché questi giovani e rispettabili (?) aspiranti non vanteranno in coro di non essere disponibili senza compenso o rimborso, non ci sarà miglior futuro né per loro né per i loro successori. A questo serve Facebook.
    Recentemente le infermiere svedesi hanno iniziato a dimostrare e a unirsi (tutte) attraverso media e social media per pretendere una soglia minima di stipendio per i neodiplomati. Dopo lunghe trattative e il rifiuto di tutte le assunzioni con stipendio al di sotto del minimo indovinate cos’è successo? Da qualche parte bisogna pure incominciare. Dalla politica, ma non da quella che fanno i “politici”. In bocca al lupo. Si inizia con un gruppo Facebook, lo si intitola: “rifiutiamo di lavorare gratis” o qualcosa di simile e quando si sono raggiunte un certo numero di adesioni magari inizia un dibattito. È se non succede niente speriamo nell’eredità. Almeno una generazione va avanti con quella.

  • Rispondi gennaio 23, 2013

    Lara

    Ciao, ti capisco benissimo, ma vorrei far presente che all’estero dove vivo, qualsiasi esperienza lavorativa non retribuita, si considera hobby o volontariato, ma non lavoro e come tale non può essere messa nel CV come lavoro. Basterebbe applicare questa semplice norma in Italia per far crollare tutti gli stage gratuiti, dove vivo non hanno nessun valore.

  • Rispondi gennaio 23, 2013

    Anfree Dogart

    Leggere questo post mi ha consolato (mal comune mezzo gaudio, si dice…) e mi ha fatto incazzare allo stesso tempo (proprio perchè mi sono rotto di subire il mal comune di cui sopra)…
    Hai scattato una foto perfetta di ciò che stiamo vivendo!
    Piacere,
    Andrea

    p.s. ovviamente ti auguro di realizzare i tuoi sogni lavorativi

  • Rispondi gennaio 23, 2013

    Angela Vettese

    Vorrei precisare che la Fondazione Bevilacqua La Masa è un’istituzione del Comune di Venezia. Segue le leggi vigenti e nessuno sceglie polli da spennare. Angela Vettese

    • Rispondi gennaio 23, 2013

      pieracristiani

      Mi sono accorta che il racconto di questa esperienza ha generato un flusso di letture e commenti che han dato voce a un grande scontento da parte di chi lavora in questo settore.
      Non condivido ogni cosa che è stata scritta, ho fatto un esperimento e l’ho raccontato perché, dal mio punto di vista, emblematico.
      Sono sicura che chi occupa delle posizioni istituzionali ha la sensibilità di capire cosa è eccessivo e cosa no e su cosa muovere delle riflessioni per migliorare lo stato delle cose.
      Grazie.

    • Rispondi gennaio 23, 2013

      Donatella

      Gentile Angela,
      In effetti il problema non è solo come vengono gestite le risorse che lavorano per la Fondazione, ma le leggi dello Stato che permettono di far lavorare le persone senza compenso. Il fatto è che quando scegliete qualcuno per uno stage avete quasi sempre a disposizione dei candidati che hanno già lavorato nel campo dell’arte contemporanea, quindi persone già qualificate, di solito altamemente motivate, insomma una risorsa che produce a tutti gli effetti e non una persona da istruire dalla A alla Z. Premesso questo la Fondazione dovrebbe promuovere nuove prassi virtuose che elevino il suo nome sia nel campo dell’arte sia in quello sociale…
      Come dice l’autrice del post spetta alle persone illuminate, sensibili e che ricoprono con merito un ruolo di rilievo capire cosa è eccessivo e cosa merita una riflessione, credo che elementi che consentono di farsi delle domande ce ne sono in abbondanza, poi voler rispondere e trovare soluzioni è un’altra questione che mi auguro sarà sempre più un argomento di dibattito in ambito politico e in quel mondo della cultura che evidentemente troppe persone sentono distante. Buon lavoro e buone scelte!

    • Rispondi aprile 27, 2013

      And

      Certo, come no, c’è il Comune a garantire tutto. Ma per favore, almeno siate in grado di garantire buoni pasto e un minimo di assicurazione che i soldi non vi mancano. Ma lei non si vergogna proprio a far lavorare tutti questi ragazzi gratis a orari simili? Bello, vero, questo mondo dorato dove da una parte girano milioni e dall’altra è tutto volontariato?

  • Rispondi gennaio 23, 2013

    teresina

    troppo buffo!

  • Rispondi gennaio 24, 2013

    michela

    Bene dare l’opportunità di fare esperienza in una fondazione nella quale sarei onorata di entrare ma almeno dare il tempo di poter lavorare da qualche altra parte mi sembra d’obbligo. Al colloquio collettivo è stata pronunciata la seguente frase:”Se lavori da un’altra parte e non sei disponibile full time, certo questo sarà un dato discriminante”. Io non posso accettarlo, cara Vettese, cosa crede? che mangiamo aria? che occupiamo case? che lavoriamo per diventare eroi? Ed io? sono discriminata perchè lavoro? Ottimo.. ma chi andrà avanti in questo mondo? i figli di papà? la solita classe borghese? noi poveracci che fine faremo? e poi leggo il giornale e ci chiamano Bamboccioni!!! Finiamola!!!

  • Rispondi gennaio 27, 2013

    Una Stagista

    L’Italia è una Repubblica fondata sullo stage. Soprattutto nella cultura dove si pretende che sia gratuita senza capire quanto sia il lavoro delle persone che ci stanno dietro a soffrirne. Ho trent’anni e sto facendo uno stage alla FSRR. Le persone che sono assunte non sono raccomandate ma persone capaci e che hanno avuto l’occasione di dimostrarlo. Ma hanno tanto lavoro e piuttosto che assumere prendono il massimo di stagisti che la legge gli consente. Già perché é legale cambiare 4 stagisti l’anno, ogni anno. Questo è il vero problema.

    P.s. Esiste un tramite (necessario per attivare uno stage) che ti paga l’assicurazione: si chiama sportello stage e lo trovi online. Almeno per evitare una beffa ulteriore.

  • Rispondi gennaio 27, 2013

    robertaprosapio

    credo che i colloqui di selezione per gli stage, specie nel nostro campo, siano l’esperienza più demoralizzante del mondo!
    mi segno il tuo blog, mi piace!
    Roberta

  • Rispondi gennaio 27, 2013

    ericaba

    Ciao, ho letto il tuo post con grande interesse. Condivisibile in toto.
    E applicabile benissimo anche ad altri settori: io parlo del mio campo, il giornalismo, e riscontro gli stessi problemi. Nelle redazioni non ci arrivi a lavorare perché vali, e non fai neanche un colloquio, manco ti ci avvicini ad un colloquio: nelle redazioni ci finiscono i raccomandati. E questo vale tanto per i giornali di provincia quanto per i grandi titoli nazionali. Se ti va bene, puoi fare il collaboratore: cioè quello che si fa il mazzo e viene pagato una miseria (se viene pagato), quello che si sbatte a trovare notizie e interviste e che si vede rubare i pezzi da quelli parcheggiati in redazione, quello che scrive per tappare i buchi e che viene silurato appena capita. Ai collaboratori più fortunati, viene fatto un contratto di collaborazione: nel mio caso – lavoro nella bergamasca – devo ritenermi fortunata perchè la scarnissima busta paga mi arriva puntuale ogni mese. Peccato che il numero di articoli effettivamente pubblicato (e pagato) non sia quello che ho fatto io, ma quello che in redazione hanno deciso di pubblicare (mentre altri pezzi rimangono in giacenza per mesi…). Quindi tu, collaboratore sfigato, scrivi e poi decidono altri se pubblicarti o no. Ma io sono fortunata, perché la busta paga mi arriva.
    Quando avevo collaborato con testate nazionali, nessun contratto e pagamento dopo un anno e mezzo. Erano 40 euro per quell’articolo, sant’iddio. Aspettati un anno e mezzo.

    E ciononostante per un po’ ho continuato, perchè in effetti a volte l’idealismo e l’amore smodato per un lavoro bellissimo vincono sul buonsenso. Dopo qualche anno, però, torna il buonsenso: quello freddo e cinico, che ti fa capire quanto sia idiota rischiare tutto – vita sociale, vita sentimentale, vita economica…. VITA e basta – per ottenere solo calci in culo da qualche paraculato. Non so come andranno le cose, non so se la bellezza ci salverà o meno, ma spero che il giochetto dello svilire i giovani e il loro entusiasmo si ritorcerà prima o poi contro chi l’ha ideato. Non so come. per ora si ritorce solo ed esclusivamente contro di noi.

  • Rispondi gennaio 28, 2013

    Angela Vettese

    La mancanza di possibilità di assumere si ritorce anche contro chi forma gli stagisti e poi li vede andare via. E’ una sensazione di lutto e di impotenza che prende sempre tutto lo staff, perchè (se si tratta di un ente pubblico) non ci si può fare niente, non si può offrire niente e si perde una persona che, dopo il primo disorientamento, ha imparato a fare molte cose. Uno stage è un investimento per entrambe le parti.

    • Rispondi aprile 27, 2013

      And

      Per favore, almeno sia onesta: chi ci perde è solo lo stagista perché finita l’esperienza si ritrova a dover ricominciare daccapo. Non certo per voi che avete il vostro posto sicuro, uno stipendio e che tanto avete frotte di ragazzi pronti a lavorare per voi gratis a gratis. Tanto molti sono qualificati, quindi tanto di guadagnato! Buon lavoro ed evitiamo la carità pelosa, grazie.

  • Rispondi gennaio 29, 2013

    francesca

    Questo interessante scambio mi fa pensare al criticato e contestatissimo libro che ha creato un caso in Germania, già noto ai più, Kulturinfarkt L’infarto Della Cultura – il libro che attacca alle fondamenta il Kulturstaat, il famoso modello tedesco che detiene il monopolio della cultura umanista e che viene ora accusato di alimentare conformismo e deprimere le vere avanguardie. Teorizza, brutalizzando, che bisogna staccare la spina dei fondi pubblici alla produzione culturale perché si riprenda, e che l’arte (produrla) non è per tutti.
    Cinicamente chiude in prefazione “E la presa di coscienza che l’arte non guarirà il mondo. Altrimenti, paradossalmente, forse non ci sarebbe più alcun bisogno dell’arte”. Riflessioni che si innescano a quanto emerge da qui. Non tutte da prendere, non tutte da buttare.

  • Rispondi febbraio 1, 2013

    michela goi

    Hai detto bene: uno sport! Ci trattano (nel mio caso forse dovrei usare il passato) come rampolli aristocratici dell’ottocento disponibili a fare il gran tour per tutta la vita… io preferirei essere considerata come un elettricista: lavoro in cambio di retribuzione. è un ragionamento terra terra? il peccato originale di alcune professioni “intellettuali” è che non sono considerate vere professioni.

  • Rispondi febbraio 8, 2013

    RobyBerta

    Salve a tutte,
    Sono tornata recentemente in Italia dopo due di lavoro trascorsi all’estero.

    Ho 25 anni e vorrei concludere gli studi accademici con un biennio specialistico e, per ora, oscillo tra AbaVE (NT) o IUAV (Arti Visive).

    So che entrambe godono di buone connessioni con fondazioni/studi esterni + corpo professori apprezzato. La retta cambia invece…

    Voi, gentilmente, che consigli/suggerimenti proteste darmi?

    Sto guardando ovviamente anche oltre confine (scelta molto -troppo- vasta, che dite?), ma per l’Italia queste due non mi sembrano male, no?

    Vi ringrazio tantissimo.

    Roberta

    • Rispondi marzo 15, 2013

      sara

      ciao Roby, la migliore accademia in Italia è Brera, il biennio di NT non è male ma quello di Arti visive è il migliore in assoluto e ti permette, se sei bravo, di metterti in connessione con esperienze abbastanza significative dal punto di vista lavorativoespositivo

      • Rispondi marzo 19, 2013

        RobyBerta

        Grazie infinite Sara. Davvero.

        Leggo che si divide in Scultura, Pittura, Decorazione, Grafica e Teoria Terapeutica artistica…sei a conoscenza se e’ possibile intraprendere realizzazioni anche con altri media? Io mi sono cimentata con l’installazione, ma la fotografia rimane la mia principale ricerca.

        Lo Iuav lo escludi proprio? Mi piaceva l’idea di un programma generale in Arti Visive (senza canalizzazioni) e della libertà che questo prevede.

        Spero di non averti sovraccaricato di domande…ma al momento non ho davvero nessuna conoscenza che mi possa informare.

        Grazie mille ancora.
        Roberta.

  • […] Leggi l’articolo di Piera […]

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  • Rispondi aprile 24, 2013

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