Brescia, professione gallerista

Stanno succedendo cose strane a Brescia.
Non ci sono gli alieni e non hanno pedonalizzato il centro storico, i suv circolano ancora serenamente e le mamme davanti alle scuole parcheggiano sempre in settima fila per poi stare a chiacchierare dopo che i pargoli dalle uova d’oro sono entrati.
Ha anche ricominciato a piovere.
Tutto normale.
Se non che due galleristi fanno cose strane.
Il primo è sempre l’indiscusso protagonista di questa città, Massimo Minini, che dall’alto dell’olimpo guarda verso gli esseri umani e cerca di schierarsi a favore dei cittadini contro le posizioni, prese più o meno consapevolmente, dell’assessore alla cultura Arcai. Il detto assessore, però, ha dei gravi deficit che impediscono di comprendere dei concetti elementari sulla funzione dell’apparato comunale per i suoi cittadini, per cui parte un simpatico carteggio tra le pagine della prestigiosissima redazione bresciana del Corriere della Sera, che normalmente offre un’imbarazzante vetrina di questa città come se fosse un oratorio di provincia.
E c’è tutto un elenco molto puntuale a cui il gallerista sottopone l’assessore, forse mosso dalla polemica nei confronti di Artematica, o forse perché il restauro della Pinacoteca di Brescia è in alto mare.
La replica di Arcai è particolarmente interessante perché tra le altre cose, da vero anima e core, cerca di sottolineare il buon rapporto con Minini menzionando le varie cene a cui sarebbe stato invitato da quest’ultimo senza mai andare. E, detto tra noi, chi se ne frega!
Comunque è chiaro come sta messa la sezione cultura di Brescia e quelli che se ne occupano.
Il secondo gallerista chiamato in causa invece è Fabio Paris.
Con una mossa astuta, egli abbandona la sua galleria per lasciare il posto al Link Point.
Un bel gesto.
E, in effetti, se penso che il Link Point diventa la sede del Link Center for the Art of the Information Age (credo che sia già apprezzabile non abbiano utilizzato tutto il nome secondo la teoria di Troisi in Ricomincio da tre), di cui Paris è socio fondatore insieme a un gruppo di giovani energie, e non, che si stanno focalizzando sulle arti multimediali, trovo sia sorprendente per varie ragioni: la prima è che il mercato lascia il posto alla ricerca in un momento in cui tutti, nessuno escluso, sono letteralmente ossessionati dai numeri; la seconda che un uomo di qualche anno più grande si affianchi a dei giovani nella ricerca; la terza la visione futuristica della scelta di concentrarsi su un tipo di arte nuova, in espansione, senza sicurezze e senza super star.
Insomma, tutte cose che non solo non sembrano bresciane, ma neppure italiane.
Per cui invito tutti gli annoiati abitanti di questa città a smettere di lamentarsi perché se ci si tira su le maniche tutti forse si cava fuori un ragno dal buco e ci si salva da un’inutile lamentatio che porta solo ipercriticismo distruttivo fine a se stesso. Piuttosto, se vi annoiate tanto, fate un bell’abbonamento al Corriere Brescia che c’è sempre una qualche barzelletta sotto forma di articolo!

Be first to comment

Rispondi