Catalogazioni semplici al Deutsche Guggenheim

Se qualcuno avesse ancora dubbi in merito al fatto che Gabriel Orozco sia il più grande artista contemporaneo messicano, prenda subito l’aereo, l’auto, un treno, anche un bus, ma vada a Berlino e fughi qualsiasi dubbio.
Nella serie dei progetti commissionati dal Deutsche Guggenheim, questo è il numero diciotto.
Inaugurato il 6 luglio, Asterism prevede un’istallazione di oggetti e la rispettiva catalogazione fotografica.
Detto così, sembra la solita contaminazione tra approccio artistico e scientifico di cui abbiamo già visto ampie dimostrazioni. Invece no.
Orozco è partito rispettivamente da due situazioni: il campo da calcio di New York vicino a casa sua e una riserva marina naturale in Messico, la Baja California Sur.
Egli ha raccolto una serie di oggetti, prevalentemente rifiuti, in entrambi i siti, in ogni caso oggetti non appartenenti a quei luoghi.
Nella riserva messicana, luogo conosciuto a Orozco per una precedente lavoro del 2006 chiamato Mobile Matrix, la raccolta meticolosa di oggetti trascinati a riva dalla corrente del Pacifico ha portato un’istallazione di medie dimensioni che vede boe, resti di barche, pezzi di plastica e, oltre a diversi rifiuti di vario genere e natura per lo più plastica, moltissime bottiglie di vetro, alcune corredate di messaggio interno che fanno sorridere anche i più cinici.
Questo allestimento occupa gran parte dello spazio espositivo, mentre all’inizio, entrando, si nota subito una teca in cui sono raccolti i ritrovamenti del campo newyorchese: resti di palloni, parti di attrezzature per atleti, brands strappati dalle sneackers, ma anche gomme da masticare e resti di sigarette degli spettatori.
Un lavoro, quindi, che partendo da una zona circoscritta indaga il microscopico e spostandosi su una zona sterminata come l’oceano si focalizza sul macro. Un lavoro che indaga tutto, il grande e il piccolo.
Sulle pareti ci sono le fotografie di tutti questi reperti accuratamente catalogati e disposti in criteri cromatici e dimensionali.
La sensazione di essere in un laboratorio antropologico offre una visione assolutamente nostalgica ma seria allo stesso tempo: ci troviamo di fronte alla quotidianità dell’essere umano magistralmente offerta in modo diretto al nostro occhio, come se la traccia della presenza dell’uomo si trovasse a stretto contatto con una sensibilità ecologica che non può lasciare indifferente lo spettatore.
Orozco riesce a trasmettere un sentimento che contrasta tra l’invasione dell’uomo in modo prepotente e la consapevolezza del numero di oggetti di cui noi usufruiamo quotidianamente senza renderci conto del segno che lasciano: un’opera che sfiora la scienza, la semiotica, la tracciabilità antropologica, ma allo stesso tempo la nostalgia del tempo che passa, che nella testa lombarda di chi scrive fa riaffiorare anche le incisioni rupestri e i repertori di oggetti appartenenti alla nostra antichità.
Vien da pensare che forse, grazie a questa mappatura tanto accurata, un giorno qualcuno potrà sorprendersi di questi rifiuti e li potrà analizzare per riuscire a entrare nella nostra testa di oggi e nelle nostre abitudini, che forse per parlare dell’uomo non sia sempre necessario ricorrere alla autoreferenzialità e alle parole a fiume, ma che esiste un modo di fare arte parlando della gente e partendo dalla semplicità delle cose che fanno i nostri giorni. Ma allo stesso tempo forse gli interventi di questo tipo possono ridimensionare l’atteggiamento delle persone nei confronti degli ambienti in cui si trovano, affinché il segno che viene lasciato sia più consapevole e meno presuntuoso rispetto alla sbadataggine di un rifiuto non biodegradabile.

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