A Kassel la storia, l’arte e la storia dell’arte.

Bisogna arrivare in questa cittadina piccola e senza nulla di speciale.

Bisogna perché la situazione è sorprendente.

Tutto quello che Carolyn Christov-Bakargiev ha selezionato, deciso, allestito, gestito ha un sapore estremamente delizioso, anche nei momenti più difficili, anche di fronte alle opere più complesse si ammira con orgoglio la capacità di creare, in un posto che non ha una cornice come Venezia o New York, una situazione emozionante e di grandissimo livello.

Il primo rilievo, dopo un po’ di tempo che si trascorre tra le diverse sedi di dOCUMENTA(13) riguarda il senso del tempo: tutta l’esposizione è permeata da una consapevolezza storica estremamente lucida e a tratti un po’ nostalgica. Il massimo dell’emozione si percepisce nel momento in cui la memoria supera il piano emotivo e si fonde con la parte storica più nozionistica: la Germania è come una grande Lady Macbeth che trascorre le notti nel tentativo di lavarsi dalle mani le macchie dell’eccidio della seconda guerra mondiale.

Questo senso di colpa collettivo si esprime ovviamente nell’arte, in parte perché specchio dei tempi, in parte perché questo momento impone una riflessione forzata sulla nostra provenienza anche negli ultimi cinquant’anni, fino ad arrivare a piccole statue risalenti a 2000 anni prima di Cristo. In ogni caso questa consapevolezza porta un’apertura difficile da trovare in altri Paesi europei. La scelta di affrontare un momento internazionale tanto delicato con questa maturità e senza gli ormai consunti discorsi da bar pone questa edizione di dOCUMENTA un gradino sopra le fiere, le biennali, il sistema economico dell’arte in generale.

Per cui è opportuno accantonare le chiacchiere e il nervosismo della curatrice in conferenza stampa (vorrei vedere chiunque tra questi pettegoli al debutto di un evento internazionale che prepari per ben cinque anni!) per entrare nel vivo delle scelte.

Tutto dipende dal tempo che si ha a disposizione: due giorni sono un po’ pochi e se piove ci si perdono le istallazioni nel parco Karlsaue, tre giorni la durata ideale e minima della visita. Oppure si sceglie, come in ogni situazione analoga (vedi alla voce Biennale per citare una situazione più alla portata italiana) a che cosa dare la precedenza.

Il Fridericianum, the main stage, è geniale: ingresso deserto, apparentemente senza opere ma con una grande corrente d’aria. Poche opere nella grande stanza a destra, una lettera in un’espositore nella stanza a sinistra. Per un attimo la contraria è credibile, poi si riconosce l’istallazione di Ryan Gander: il vento come cambio di clima, il vento come movimento, come danza, il vento come forza della natura. Nessuna parola, ma una sensazione che ha la meglio su tutto. Senza materia, senza immagini, senza odori, solo il vento. Solo la natura, incomparabile rispetto all’arte, solo la bellezza sulla pelle, delicata, viva.

Tutto nel complesso richiama il ricordo,ma alcuni pezzi si riferiscono direttamente a fatti storici appartenenti a un ambito più nozionistico esattamente come altri alla storia dell’arte: The Brain, la parte centrale dell’esposizione posta al centro del Fridericianum e isolata da un vetro con ingresso regolamentato dal personale di servizio mette vicini, come fossero sotto a una teca, sculture, Morandi e i suoi modelli in ceramica per le nature morte e le nature morte, statuette molto antiche, fotografie di Man Ray e di Lee Miller nell’appartamento di Hitler, oggetti appartenuti a Hitler, documenti, diapositive, lettere, tutto per ricordare, creare poesia, accostamenti, vita su vita in modo non asfissiante ma incisivo.

Il resto dell’esposizione alterna omaggi (Mario Garcia Torres ci racconta Boetti e la sua prima mappa, appesa lì vicino) ai film documentario (quello ironico di Khaled Horani ), scoperte postume e dure (Charlotte Salomon) o mappature del corrotto sistema politico americano alla soglia della guerra in Afghanistan di Mark Lombardi, una descrizione a diagramma che sviscera i rapporti politici e finanziari a Manhattan, davvero incredibile per l’analisi minuziosa.

Il forte impegno sociale apre le porte anche all’impegno politico schierato in prima fila: non mancano dimostrazioni anche alla Neue Galerie dove la nostra Rossella Biscotti ripropone l’opera con cui vinse nel 2010 il Premio Italia Arte Contemporanea del Maxxi aprendo qualche archivio italiano di quelli scomodi e sotto chiave. Ma non è la sola, perché le nefandezze politiche vengono continuamente rappresentate anche negli arazzi di Hannah Ryggen: una grande tradizione tessile che ripropone tematiche forti e di grande attualità in modo sorprendente.

Non si può mancare la stazione dei treni, Hauptbanhof appunto. Al piano superiore si nascondono due piccole sale cinematografiche che sembrano richiamare un’epoca proibizionistica dove vengono serviti a orari fissi video di The Otolith Group e di Albert Serra. In una sala al primo piano il cui ingresso si trova al centro della hall c’è un forte video di Balestrini, artista che non delude anche con questo mezzo espressivo che non è quello per cui è più conosciuto.

Nell’ala nord della stazione (Nordflugen) troviamo William Kentridge: senza essere i soliti elogiatori di talenti già affermati, l’opera audio video The refusal of time è un vero capolavoro ritmico, cinematografico, musicale, danzato, animato. Un complesso sistema a cinque schermi gioca sul tema del tempo in modo vivace, allegro, creando un’atmosfera così emozionante da aver voglia di ballare in alcuni momenti, di osservare semplicemente assorti in altri, di ascoltare seduti e commossi. Un tuffo nella preistoria autentica di un’Africa a cui ci piace pensare, una scelta di ritorno alle radici che sembra essere un altro dei fil rouge della manifestazione.

Usciti dalle proiezioni di Kentridge, per essere un po’ riduttivi nelle definizioni, la concentrazione si sposta verso l’istallazione della Favaretto, una massa di rottami, che si completa a Kabul, una delle quattro sedi parallele di questa tredicesima edizione.

Non vogliamo trascurare niente e nessuno, ma la lista della spesa diventa inutile. Serve addentrarsi nel buio di Tino Sehgal nella Casa degli Ugonotti, andare a scoprire Paul Chan, stupirsi come bambini quando nella Documenta Halle ci si trova immersi tra le ombre proiettate dalle lanterne di Nalini Malani, trovare Tacita Dean in tutti i posti dove si trova, camminare nel parco per scoprire ancora una volta la forza di Penone e Joan Jonas, stupirsi dell’attrezzatura scientifica che riempie parte del secondo piano dell’Orangerie vicino a orologi francesi del settecento e ritratti romantici. Insomma nutrirsi, nutrirsi e nutrirsi ancora.

Il livello è talmente alto che fare una selezione diventa impossibile e forse anche sciocco. Va rilevata la massiccia presenza del video, mezzo che ormai sta imperversando come le istallazioni negli anni novanta e spesso non dell’intensità che ci si potrebbe aspettare, ma che in questa sede rivela ottime esperienze come la collaborazione Moon & Jeon nella Documenta Halle.

Bisogna poi andare, godere, vedere, sfinirsi i piedi, riempirsi gli occhi, essere a pezzi e felici come quando si scala la vetta di una montagna: il panorama ripaga sempre la fatica.

dOCUMENTA(13) è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 20 fino al 16 settembre.ImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagineImmagine

Il sito di dOCUMENTA(13)

1 Comment

  • Rispondi luglio 22, 2012

    paola

    sì, come scalare una montagna 😉 paola

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