Trovare l’arte nella sua assenza

Perché si va in una città come Manchester?
Per lavoro. Oppure perché si ha un partner ossessionato dai Pearl Jam e lo si accompagna a vedere un concerto. La curiosità di vedere un posto diverso imperversa soprattutto nell’occhio di chi segue l’arte contemporanea. Nel mio, per esempio.
Giorni e giorni di ricerca di gallerie e centri per l’arte contemporanea, per poi scoprire: tre gallerie su quattro chiuse, due centri in cambio allestimento proprio in questi giorni, due con esposizioni di studenti delle accademie (con risultati abbastanza deludenti purtroppo) e un museo sul lavoro, oltre alla galleria di preraffaelliti inglesi.
Contemporaneo azzerato.
Provo a girare per il centro di questa città ferma all’opulenza degli anni novanta e senza alcuno sbocco grazie all’impasse della crisi economica internazionale. Grandi, grandissimi shopping centre stracolmi di gente alienata e fast food dal cibo immangiabile fanno riemergere l’appartenenza italiana anche al migliore dei dissidenti.
L’unica vera forma trasversale di aggregazione sembra essere la birra.
Il clima, tra vento e pioggia scrosciante, non sembra aiutare neppure il turista più volenteroso nel tentativo di trovare una via d’uscita in una città famosa per la ricchezza industriale di primo novecento.
Il concerto dei Pearl Jam si rivela una vera e propria botta di vita, una sferzata liberatoria di energie represse che questi cinque semplici ragazzi americani sanno restituire anche a un freddo pubblico inglese.
Accanto a me un ragazzino, 22 anni, dei sobborghi di New Castle, mi dice, città del nord.
In mano ha una piccola busta di plastica che contiene una maglietta del gruppo acquistata nei banchi del merchandising ufficiale. Se la tiene stretta, la sua borsina, durante tutto il concerto, non la molla per nessuna ragione al mondo.
Quando entra il gruppo questo ragazzo non sta più nella pelle, salta e ride come un bambino.
Conosce tutte le canzoni, anche quelle per i veri cultori del gruppo.
In una pausa mi dice di essere venuto in vacanza a Manchester per questo concerto, il suo primo concerto dei Pearl Jam, studia e non ha un soldo, la periferia di New Castle non è Londra di certo, non offre molto se non i sogni.
Lo osservo per tutta la durata dello show, se avessi avuto una telecamera avrei cercato di seguire i suoi occhi estremamente emozionati, i movimenti del suo corpo, la sua voce intonata, la sua emozione.
Credo sia la cosa più suggestiva e commovente di questi quattro giorni in una città così difficile e dura, dal clima rigido, che non offre molte alternative alla passione per il football e per la birra, il cui centro nevralgico è un assembramento di negozi senza alcuna personalità.
Penso a questo ragazzino lì da solo e mi commuovo all’idea che qualcuno si emozioni in modo così semplice e innocente.
E capisco che tra tanti progetti complessi, tra tanti sforzi della mente, degli occhi, tra tante ore di studio e di ricerca, l’arte che potevo trovare a Manchester era proprio lì, accanto a me al concerto, che vibrava in un cuore giovane.

2 Comments

  • Rispondi giugno 23, 2012

    pao

    Leggendoti, mi sono commosso anch’io.

  • Rispondi giugno 24, 2012

    evelinemel

    Che bel pezzo, che emozione… L’ arte è un pò come l’amore, la puoi trovare in tutto ciò che ci circonda…

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