L’arte fashion di A Palazzo Gallery

Non c’è dubbio in merito al fatto che tutte le gallerie sono orientate al business. Se poi essere persone ricche diventa una virtù e non è soltanto uno status sociale, per usare una terminologia desueta di stile anni settanta, la galleria può essere addirittura un momento di aggregazione con i propri simili che vanta una certa soddisfazione mondana di richiamo intellettuale.
Essere intellettuali, in questo caso, è un attributo a cui aspirare oppure no?
Francamente ogni volta che si esce da questa galleria bresciana la perplessità in merito a cosa sia l’arte è davvero esasperante: quanto c’e di ricerca negli allestimenti estremamente curati di queste tre donne e quanto c’è di fashion?
Oggi inaugurava una mostra di tre artisti che possiedono identità decifrabili. Elias Hansen, The Reader e Alan Reid.
Tre americani, al confine con il Canada e passati da New York cercano di trasmettere delle emozioni superate. C’è un grande disegno murario che richiama la street art e che all’interno di una galleria ha un impatto molto forte, forse l’unico pezzo sorprendente, ma che se fosse per strada sarebbe dato per scontato. Non si capisce da chi sia stato eseguito.
Poi un’istallazione che cerca di coniugare l’artigianato vetrario con l’arte, sapientemente allestita con maestria e cura, in un tentativo di dialogo con dei collage. Il risultato è una composizione di derivazione anni novanta che non trasmette altro che un’eco da salotto elegantemente assemblato in modo ribelle e anticonvenzionale, senza nulla di emozionante, con una buona ricerca di un linguaggio ormai superato da tempo, roba da enfant terible.
Dei quadri, infine, dai colori pastello, con richiami pop, estremamente commerciali.
La cosa più sorprendente di tutto è sapere che questi non hanno cinquant’anni ma forse addirittura la metà. Cosa ci si aspetta dai ventenni? Che spacchino il mondo, che abbiano un’energia travolgente, che lascino senza fiato.
Invece a Brescia abbiamo ancora bisogno di artisti oltreoceano che ci propongano una cosa trita e ritrita, ben curata, ben servita, in un bel palazzo, con pane e salsiccia popular di contorno e tante ottime scarpe firmate da sfoggiare.
Hanno ragione i residuati degli anni settanta a dire che le nuove generazioni non hanno nerbo?

7 Comments

  • Rispondi giugno 1, 2012

    fausto salvi

    Cara Piera, concordo in tutto ciò che hai scritto circa le opere e l’allestimento, le scarpe e il fashion mescolato. Ottime le salamelle!

  • Rispondi giugno 1, 2012

    fausto salvi

    Beh, solo perché non avevo scritto nulla a proposito della mostra di Matticchio all’Incisione Gallery..

  • Rispondi giugno 1, 2012

    Enrico Ranzanici

    Pennino o tastiera pungente, salverei alcuni dei lavori in vetro: le sospensioni. Il resto l’hai ben focalizzato e per me è stato un piacere essere partecipe di quegli scambi “intellettuali” o più semplicemente fatti di pensiero e non di parole di circostanza. Salamine? 10! (è il voto non quante ne ho gustate)

  • Rispondi luglio 11, 2012

    Francesca

    Peccato che non l’ho vista. Ma, così, a naso, mi fido.

  • Rispondi luglio 12, 2012

    danilo

    Come non essere d’accordo su ciò che hai scritto. Un elogio al cartongesista che ha realizzato il setto. Beh, per le scarpe si fa di tutto!

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